Inquinamento, la profezia di Carmine Schiavone: "Il Frusinate discarica della malavita"

Le dichiarazioni dell'ex boss dei Casalesi, scomparso alcuni anni fa, sono vergate in alcuni verbali rilasciati nel 1996 alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Negli atti anche passaggi importanti e inerenti Cassino, Patrica e la Valle del Sacco

Smaltimento illecito di rifiuti e riciclaggio. Fusti tossici interrati lungo le corsie dell'A1, negli scavi della linea ad Alta Velocità e infine gli scarichi illeciti nel fiume Sacco. La storia ambientale del frusinate, provincia cuscinetto tra Roma e Napoli, eletta dal clan dei Casalesi, dalle cosche calabre e dalla malavita romana, come «porto franco» viene raccontata in tempi non sospetti dall'oggi defunto Carmine Schiavone, ex boss e pentito, così descrive la Ciociara in uno dei suoi tanti interrogatori fiume. 

I verbali scottanti

Le parole di Carmine Schiavone, dissecretate dopo anni, portarono alla luce nel 2013 lo spaccato di una provincia molto più vicina all’omertà che alla voglia di legalità. All’ombra dell’abbazia più conosciuta al mondo si sarebbero sviluppati gli interessi del clan malativoso più potente al mondo. A Cassino, come racconta sempre Schiavone, sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico dei rifiuti. Il collaboratore di giustizia nella dichiarazioni rilasciate alla magistratura napoletana non lascia spazio a dubbi: «Nel 1994 l’avvocato Cipriano Chianese era impegnato nell’attività di apertura di una banca a Cassino dove sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico di rifiuti».

I tir dal carico 'pesante'

Nelle 63 pagine di verbale dell’audizione Schiavone parla ancora di ambiente. Al presidente di quella Commissione nella tredicesima legistaura, Massimo Scalia, al deputato Gianfranco Saraca, e ai senatori Giovanni Lubrano di Ricco, Roberto Napoli e Giuseppe Specchia, riferisce dei camion che partivano anche dalla Ciociaria (sette quelli citati nell’elenco consegnato al presidente della Commissione, con annessi numeri di targa e nomi delle società operanti per conto del clan) e diretti in Toscana, in Germania e nel nord Italia dove caricavano rifiuti tossici e nocivi che poi venivamo smaltiti nel sud. Alla precisa domanda del presidente Massimo Scalia sul ruolo della provincia di Frosinone in questa sconcertante vicenda di smaltimento illecito e criminale di fusti al veleno, il boss risponde: «Quando parlo di sud per noi Frosinone e Cassino sono il sud e quindi anche lì». Cita sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di ogni tipo di lavorazione sversati nel Sacco e con la compiacenza di pubblici ufficiali corrotti.

Le scorie dalla Gran Bretagna

Gli stessi temi che verranno trattati qualche giorno più tardi - è il 23 ottobre del 1997 - dal Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Luigi De Fichy, che venne ascoltato in audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. ll magistrato evidenziò che, secondo alcune indagini, alcuni gruppi criminali avevano un controllo del territorio nelle zone di Cassino e Frosinone. Quell’audizione venne secretata ma Angelo Bonelli, all’epoca presidente della Commissione Criminalità della Regione Lazio, riferì di comunicazioni da parte delle forze dell’ordine inerenti siti e discariche localizzati lungo la tratta Roma-Napoli. A Patrica, nel 1996, venne segnalato un interramento di bidoni e di sversamento notturno da parte di camion provenienti dalla Gran Bretagna e dalla Croazia.

I fusti tossici 

Lo stesso Bonelli riferisce anche di un’indagine della Guardia di Finanza di Frosinone e di Pavia inerente un sito, a Ceprano, lungo le sponde del Liri dove sarebbero stati smaltiti decine di fusti tossici. L’ex onorevole regionale si riferisce alla vicenda Olivieri, l’ex azienda che nel 2010 è salita agli onori della cronaca nazionale: nel sottosuolo sono stati rinvenuti dalle Fiamme Gialle ciociare, bidoni contenenti materiale altamente inquinante. In quello stesso periodo sempre la Guardia di Finanza del comando provinciale di Frosinone ha arrestato, su ordine della Procura, l'allora direttore dell'Arpa: il funzionario, secondo quanto emerso dagli accertamenti, dietro compenso alterava i risultati dei prelievi effettuati nei depuratori delle aziende situate nella Valle del Sacco. Un danno ambientale senza precedenti a cui, oggi, nonostante le tante attenzioni e i controlli, sembra impossibile porre rimedio. 

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Le parole di Zingaretti

"L’inquinamento del Fiume Sacco ha superato il livello di guardia. Bisogna intervenire immediatamente e con la massima decisione. Auspico che la Procura e le autorità competenti individuino con celerità i responsabili dell’ennesimo presunto sversamento. La Regione Lazio attraverso l’Arpa, in coordinamento con la Capitaneria di porto e i Carabinieri forestali, sta monitorando con grande attenzione l’evolversi della situazione. Sulla Valle del Sacco, dopo un declassamento negli anni passati, siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento di SIN. Tutti si devono attivare e fare la propria parte e gli uffici della giunta regionale stanno convocando proprio in questi giorni un tavolo con tutti gli attori istituzionali competenti per coordinare al meglio le iniziative da intraprendere”.

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I controlli dei Carabinieri Forestali

Negli ultimi dodici mesi sono state decine le aziende controllate e sanzionate dai carabinieri forestali di Frosinone coordinati dal tenente colonnello Giuseppe Lopez e dal maggiore Vito Masi. Lo scorso mese di maggio per esempio sono state undici le persone individuate erano i responsabili di ben 5 aziende ed il proprietario di un palazzo

L’indagine

Al termine di una complessa e articolata attività di verifica, sondaggi e video-ispezioni, connessa all’inquinamento del fiume Sacco hanno identificato dieci persone, nove delle quali (un 70enne di Ferentino, un 78enne, una 46enne ed una 43enne residenti nella capitale, un 46enne di Piglio, un 48enne ed un 76enne entrambi originari di Roma nonchè un 58enne ed un 55enne di Anagni) si rendevano responsabili di omessa depurazione di acque e scarico illegale di acque reflue derivanti da attività industriali di nr. 5 società ubicate nel territorio anagnino, che si occupano di riparazione di mezzi d’opera, trasporti e farmaceutica, delle quali i prevenuti risultano essere soci amministratori e legali rappresentanti. Nello stesso contesto, gli operanti hanno proceduto ad accertare responsabilità penali anche a carico di un 71enne di Morolo, proprietario di un immobile sito in Anagni e costituito da nr. 16 appartamenti in locazione, in quanto responsabile di scarico illegale di acque nere derivanti da civili abitazioni.

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