Bimbo autistico picchiato con la scopa, condanna definitiva per l'operatore-aguzzino

Quattro anni e sei mesi di reclusione a carico del dipendente di una struttura riabilitativa di Grottaferrata dove il dodicenne di Cassino avrebbe dovuto essere curato e tutelato. Il racconto choc della madre

Volevamo dare a nostro figlio quella serenità che l’autismo non sempre ti consente di avere. Invece lui, bimbo indifeso, è stato picchiato, maltrattato terrorizzato. E noi viviamo con il rimorso di averlo lasciato in balia di quei criminali”. Serena (useremo un nome di convenzione) e suo marito sono i genitori del ragazzino colpito con uno spazzolone, con la mazza di una scopa e legato ad una sedia, dagli operatori di una struttura di Grottaferrata arrestati nel 2016 dopo una breve indagine dei Carabinieri del Nas. Dopo quasi tre anni di processo, Cosimo Carullo, 57 anni di Roma, uno degli aguzzini del bambino cassinate è stato definitivamente condannato, con sentenza dei giudici della Cassazione, a quattro anni e sei mesi di reclusione, con l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni ed il risarcimento dei danni a favore della piccola vittima e dei suoi genitori che sono stati seguiti, tutelati e difesi dagli avvocati Sandro Salera ed Alessandra Salera.

La vicenda

L'indagine ha preso le mosse da denunce presentate nei primi mesi del 2015 dai vertici della società gestore della struttura relative a sospetti episodi di coercizione e lesioni accaduti all'interno di un reparto, dove erano ospitati 16 ragazzi ambosessi, di età compresa tra gli 8 e 20 anni (di cui 5 minori di anni 14), ricoverati stabilmente sulla base di un quadro clinico contrassegnato da ritardo mentale, epilessia e sindromi genetiche. Le attività investigative, protrattesi per circa tre mesi e supportate anche da intercettazioni audio/video, hanno consentito di accertare significativi e reiterati episodi di rilevanza penale. Dai filmati raccolti dai carabinieri del Nas e dalla Procura di Velletri, nella persona del sostituto procuratore Antonio Verdi, si evidenziava il frequente ricorso, da parte degli operatori, a strattonamenti, percosse ed insulti, utilizzati come strumento di disciplina e vigilanza sui giovani pazienti che, peraltro, venivano costretti ad alimentarsi celermente con rischio di soffocamento, provocando con evidenza l'annullamento dell'attività riabilitativa in corso nella struttura. Le principali figure coinvolte nella vicenda - un educatore professionale ed un assistente socio-sanitario con funzioni educative - si sono distinte per atteggiamenti particolarmente autoritari e violenti, tanto da creare un sistematico e diffuso clima di terrore nei giovani ospiti.

I calci e la scopa

Le vittime dei maltrattamenti venivano presi a calci o a colpi di scopa e pesantemente ingiuriati. In una circostanza, per esempio, uno degli indagati, insieme ad un collega, si prende brutalmente gioco di una paziente. Mentre il collega tiene la vittima per le braccia, l'altro prima gonfia un guanto in lattice e lo fa scoppiare vicino all'orecchio della ragazza e poi le dice "oggi ti ammazzo. Oggi è il tuo ultimo giorno".  Una vessazione psicologica che prosegue quando lo stesso operatore umilia la medesima paziente, prima schiaffeggiandola. è il soggetto destinatario della misura restrittiva in carcere poiché ritenuto responsabile anche del reato di sequestro di persona, perché avrebbe segregato tre pazienti disabili nelle rispettive stanze di degenza, impedendogli la possibilità di movimento. Nell'occasione, l'intervento notturno dei Carabinieri del Nas consentiva di interrompere la condotta delittuosa e provocava l'immediato allontanamento dell'operatore da parte dei vertici della struttura. Nel corso delle indagini sono stati documentati diversi episodi di maltrattamenti commessi dagli altri operatori che, sebbene con ruoli minori, sottoponevano i ragazzi a soprusi e violenza fisica e verbale, quasi da ipotizzare una "consuetudine repressiva" adottata dal personale addetto a quel reparto. 

Il racconto choc

“Ho riconosciuto mio figlio nelle immagini trasmesse in tv e mi sono sentita morire. Adesso capisco del perché era diventato tanto irrequieto. Lui che è sempre stato un bambino tranquillo nei momenti di serenità era diventato intrattabile e timoroso. Adesso ho capito perché se mi vedeva con lo spazzolone mentre pulivo il pavimento fuggiva e andava a nascondersi in camera sua, al buio, sotto il tavolino”. Un’ora e un quarto di lacrime e disperazione il colloquio con questa donna provata da una vita non proprio facile. ‘Coccolata’ dagli avvocati Sandro e Alessandra Salera, riprende fiato e prosegue nel racconto di quello che sembra un film di violenza inaudita, che non lascia spazio all’immaginazione.

La paura e gli incubi

“Spesso dovevamo ricomprare i vestiti al bambino perché inspiegabilmente sparivano. Abbiamo fatto presente la cosa ma ci è sempre stato detto che forse i ragazzi stessi li nascondevano. Invece abbiamo scoperto che quei vestiti di cui non si trovava traccia venivano buttati perché pieni di sangue. Astuti nei comportamenti erano diabolici e cattivi“. “Nel filmato ho visto mio figlio legato alla sedia mentre mangia e un altro bambino che sappiamo essere irreattivo, picchiato senza motivo, come se per maltrattare un bimbo malato possa esserci un motivo valido. Posso solo dire che a quella gente io farei patire un anno di botte e umiliazioni per ogni bambino maltrattato. Quanto accaduto non deve ripetersi mai più e qualcuno deve prendere provvedimenti perché noi abbiamo affidato nostro figlio a quella struttura perché fiduciosi”.

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