Ferentino, il 3 aprile cerimonia in ricordo di Don Giuseppe Morosini

Il 3 aprile 1944, le Forze naziste-fasciste con inaudita violenza e odio fucilarono il sacerdote ferentinate Don Giuseppe Morosini a Forte Bravetta di Roma.  Da quella data, giorno di lunedì Santo, sono trascorsi settanta anni. Il lungo il cammino...

Don giuseppe Morosini

Il 3 aprile 1944, le Forze naziste-fasciste con inaudita violenza e odio fucilarono il sacerdote ferentinate Don Giuseppe Morosini a Forte Bravetta di Roma. Da quella data, giorno di lunedì Santo, sono trascorsi settanta anni. Il lungo il cammino di questo settantennio ha visto l’impegno del comitato Onoranze Pubbliche a Don Giuseppe per celebrare con solennità la Memoria di questo Martire, che la Storia ha definito “Martire della Libertà”. Accanto a questo impegno non è mancato il fattivo interessamento delle Amministrazioni comunali, perché questo suo figlio non fosse dimenticato e i suoi messaggi soprattutto non fossero trascurati. Un fervore di attività culturali ha caratterizzato tutta la loro importanza. Sono messaggi di Pace di Giustizia di solidarietà. Essi rappresentano autentici insegnamenti, tesi a fare sempre più bella l’Italia, perché viva nella Pace, nella serenità, nella fraternità. Valori questi, gli unici, che danno forza e coraggio per superare ogni ostacolo di tipo morale, politico, economico e sociale. Don Giuseppe, figura nobile e commovente, dotato di forte tempra missionaria, esercitava il suo ministero sacerdotale tra gli anziani, tra le persone in difficoltà, tra gli abbandonati e tra i giovani. Verso i giovani aveva un particolare ascendente. Con il suo carisma sacerdotale riusciva ad alleviare le pene di vario genere che angosciavano le persone contattate. In lui, soprattutto i giovani, la gente, ritrovavano il gusto di vivere e la forza di superare tutte quelle difficoltà che sono insite nelle dinamiche dei periodi bellici. E’ indicativo il fatto accaduto a Regina Coeli, dove Don Giuseppe era stato rinchiuso. Un detenuto non voleva saper né di Dio né della Fede né del sacerdozio. Saputo della condanna a morte di don Giuseppe, affermava: voglio proprio vedere come muore un prete: non potrà essere che la morte di un vigliacco! Il giorno del supplizio, il detenuto vede don Giuseppe con il volto sereno, per nulla preoccupato. Don Giuseppe lo guarda, gli sorride e gli rivolge un gesto di saluto. Il detenuto rimane improvvisamente folgorato nel suo intimo, cade a terra, lacrime grondanti bagnano il suo viso. Rivolto verso il sacerdote, esclama: che tu sia benedetto! Passato un po di tempo, il detenuto si rivolge a Mons. Bonaldi, che accompagnava Don Giuseppe verso il patibolo per dirgli quanto stava accadendo dentro di lui. Mons. Bonaldi raccoglie questa confessione preziosissima: Lui è morto, ma a me ha dato la vita. Un fatto straordinario: il detenuto non vive più nelle tenebre, ma nella vita, nella Grazia, di Dio che è Luce, è Gioia, è Salvezza. L’azione di Don Giuseppe non era un fatto superficiale, ma un autentico meccanismo che scendeva nella profondità dei cuori a costo di pagare qualsiasi prezzo. Infatti, egli offre la sua giovane vita, trentuno anni, perché la nostra Patria fosse libera e bella, perché la Chiesa fosse sempre più Madre dei cristiani, perché il Papa fosse sempre più Vicario di Cristo in terra. Ricordare Don Giuseppe nel 70° del suo sacrificio vuole avere questo insegnamento: Ognuno rispetti, in ogni circostanza, la vita dell’Uomo, quale scintilla dell’Amore di Dio. Solo così il mondo potrà essere migliore.

A settanta anni dal qual tragico evento, Giovedì 3 aprile dalle ore 9.30 è prevista una solenne cerimonia, la città di Ferentino si raccoglierà in doveroso ricordo e omaggio a un suo eroico figlio, decorato di Medaglia D’Oro al Valor militare, accusato d’intelligenza col nemico perché era in relazione col Comitato di Liberazione di Roma. Ha scritto monsignor Casali: Nobile accusa, più nobile condanna; morte eroica! Che se le relazioni si fossero limitate all'assistenza religiosa degli intrepidi ribelli, qual era obbligato a prestare per il sacro ministero onde era rivestito, don Giuseppe Morosini, oltre all'aureola di eroe avrebbe quella di martire. Su questa giudicherà la storia in base ai documenti e il giudizio non sarà troppo remoto; però fin d'ora il nome del giustiziato, se non proprio tra quelli dei martiri della fede, si deve certamente inscrivere tra i nomi dei martiri della libertà, e, come tale, degno di comparire accanto al nome di Tito Speri, anche lui patriota e sacerdote, e degli altri gloriosi martiri del nostro Risorgimento.

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Il Presidente del Comitato, Primo Polletta

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