San Giovanni Incarico, "all'ex sindaco Salvati ho consegnato mazzette per 250mila euro"

Deposizione choc in aula a Cassino dell'imprenditore Saverio Rea. In due ore di interrogatorio ha ricostruito le fasi salienti della vicenda che ha portato in carcere il presidente dell'Unione Antica Terra di Lavoro

Una richiesta di danaro continua per poter continuare a lavorare, per mantenere intatta l'incolumità dei figli. Per non finire in galera. Queste erano le minacce che l'ex sindaco di San Giovanni Incarico, Antonio Salvati, arrestato lo scorso 14 giugno ed attualmente in carcere, rivolgeva a Saverio Rea, imprenditore e titolare di una cooperativa per l'accoglienza degli immigrati. La deposizione choc dell'uomo, che ha avuto il coraggio di porre fine a quelle vessazioni denunciando ogni cosa, c'è stata ieri mattina nell'aula del collegio penale del tribunale di Cassino.

Il racconto

«Per poter continuare a lavorare - ha spiegato Rea rivolgendosi al presidente del collegio, la dottoressa Donatella Perna - ho dovuto dare ad Antonio Salvati anche la liquidazione di mio padre ed i risparmi di mio nonno. L’ex presidente dell’Unione dei Comuni Antica, difeso dagli avvocati Dario De Santis ed Ivan Santopietro, per quattro anni avrebbe vessato con ogni sorta di richiesta economica Saverio Rea, difeso dall'avvocato Luciano Manga, che complessivamente ha consegnato al politico oltre 250mila euro.

L'inizio della vicenda

"Io e Salvati ci siamo conosciuti nel 2013 quando era sindaco di San Giovanni Incarico e presidente dell'Unione. Mi venne presentato dall'allora vice sindaco Paolo Fallone (oggi primo cittadino del paese). Mi venne proposto di costituire una cooperativa che avrebbe dovuto gestire l'accoglienza dei profughi. Una volta realizzato il progetto ho iniziato ad avere con Salvati rapporti più diretti. Lui era il sindaco e quindi aveva l'obbligo della tutela dei migranti a San Giovanni Incarico. Qualche tempo dopo l'avvio della cooperativa - ha continuato Rea incalzato anche dalle domande poste dal pubblico ministero Alfredo Mattei, titolare dell'indagine -, il sindaco mi ha iniziato a chiedere contributi di danaro: in un primo momento pensai a un'offerta destinata alla gestione amministrativa ma poi le pretese sono divenute una costante fissa con minacce e ricatti: mi devi dare i soldi altrimenti non ti faccio pagare le fatture».

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Le minacce

Per ogni fattura da saldare Salvati, secondo l'accusa, avrebbe chiesto tra i 4 mila e 5 mila euro. Prima dell'incasso della busta contenente il danaro, secondo il racconto di Rea, il presidente dell'Unione ripeteva a chiare lettere: «Vieni sempre solo, altrimenti andiamo in galera, tu hai due figli piccoli". Le minacce proseguivano con frasi del tipo: "Ti incendio la casa, ti taglio il collo, so dove vanno a scuola i tuoi figli». Per paura di ritorsioni l'imprenditore ha sempre pagato anche con l'aiuto della famiglia che era stata informata dalla situazione: «Ho prosciugato i conti di tutti: da mia madre a mia nonna, la liquidazione di mio padre e persino i risparmi di mio nonno. Tutti soldi in contanti, per un importo totale, dal 2013 al settembre 2017, di 250 mila euro». Per la consegna delle mazzette Salvati, secondo quanto emerso dalle indagini, aveva studiato un copione preciso che Rea ogni volta doveva seguire alla lettera: «Mi inviava un messaggio informandomi che mi avrebbe consegnato i documenti per il 730. In segnale in codice per dirmi che sarebbe passato a casa. suonava uscivo e mi portava in bar limitrofi tra Castrocielo e Colfelice. La consegna dei soldi un paio di volte è avvenuta in auto, per il resto andavo alla sede dell’Unione dei Comuni. Non c’era mai nessuno, ma dovevo simulare, a voce alta, la richiesta di andare in bagno, dove c’era un secchio dell’immondizia, e depositavo la busta con i soldi. Sempre su sua indicazione, dovevo scaricare il wc e andare via».

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