Anagni, i medici a difesa del Ppi: "non è stata rispettata la legge"

Dopo la trasformazione del Punto di Primo Intervento non si placano le polemiche anche se per la ASL non era cambiato nulla

Come era prevedibile dopo la nota della ASL di Frosinone di ieri si sono alimentate ulteriori polemiche sulla chiusura del PPI all’ospedale di Anagni che è stato trasformato in Pat.Secondo il sindacato dei medici SNAMI non è stata rispettata la legge che dice che il punto di primo intervento andava mantenuto.

La nota

“In merito alla vicenda del Punto di Primo Intervento di Anagni, lo SNAMI (sindacato nazionale autonomo medici italiani) ricorda che dall'ottobre 2017, e con l'appoggio di quasi tutti i medici di famiglia di Anagni, ha manifestato l'opposizione alla chiusura del PPI e alla sua surroga con un ambulatorio di medicina di base Pat. Tanto che ci risulta che pressoché nessuno dei medici di famiglia titolari di Anagni lavori al Pat.

Non è vero che non cambia nulla

“Non è pensabile – scrive in una nota il Presidente provinciale Dott. Giovanni Magnante - che per Anagni non cambi nulla, sottraendo alla popolazione dell'intero nord della provincia il PPI, cioè il servizio effettivo organicamente inserito nell'area dell'emergenza urgenza, sostituendolo con una entità, strana replica degli studi medici già esistenti e funzionanti sul territorio, che con l'urgenza niente ha a che fare. E questi sono i fatti. Ribadiamo con ciò quanto già espresso da ottobre 2017, ed ora avvallato anche dalla quasi totalità dei rappresentanti politici del territorio, sia parlamentari, sia consiglieri regionali, sia sindaci, oltre che dai comitati della popolazione della zona nord della provincia.

Non è stata rispettata la legge

Il decreto ministeriale 70-2015, invocato artatamente da alcuni come un mantra a copertura dell'operazione di sottrazione del PPI alla cittadinanza, non solo non comporta la chiusura del PPI nel caso di Anagni, ma alla luce delle intervenute modifiche aziendali  dal 3 agosto 2017, ne implica il mantenimento in vista di un ripristino delle attività ospedaliere di pronto soccorso, in analogia a quanto già previsto per le zone disagiate, secondo la valutazione del consiglio regionale, considerate  anche le ricadute in materia ambientale e di sicurezza industriale, essendo la zona area SIN e area RIR. Il non aver adempiuto può configurare conseguenze pesanti, anche alla luce del disposto dell'art. 1 comma 3 lettera l del succitato decreto ministeriale. Decreto Ministeriale che, giova informare, è stato adottato “previa intesa con la Conferenza Stato Regioni“, intesa approvata dalle Regioni, compresa la rappresentanza della giunta regionale del Lazio, nella seduta del 05.08.14, come verbalizzato nel repertorio atti al n. 98-CSR del 05.08.14.

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Mozioni prive di senso

Per questo sono oggettivamente prive di senso compiuto recenti proposte di mozioni per far cambiare quel decreto ministeriale, sbandierate dallo stesso soggetto che quel decreto aveva autorizzato, e senza la cui autorizzazione del 05.08.14 il decreto non poteva essere adottato. Quindi il problema non è il Decreto 70-2015, che è strumento di indirizzo delle regioni, ma è la strana frettolosità che ha connotato la vicenda, che andava ricondotta al suo naturale giudice, il Consiglio Regionale, con i congrui tempi di studio e riflessione. Aver ostacolato al Consiglio Regionale le proprie prerogative, quando questo, nella fattispecie della competente commissione VII, aveva giustamente espresso la opportunità di una semplice sospensione della chiusura del PPI di Anagni, per dare modo al Consiglio Regionale stesso di meglio valutare e chiarire la situazione e le possibili soluzioni senza sopprimere un pubblico servizio, è stato, a nostro avviso, oltre che un atto di scortesia istituzionale nei confronti dei consiglieri regionali e del popolo che li ha eletti, anche l'innesco di imprudenze di cui sono imponderabili le conseguenze”.

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