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Cassino, una foto sulla tuta da medico per dare un sorriso ai malati di covid

Questa l'iniziativa del dott. Gnesi, pneumologo ed anestesista del Santa Scolastica per avere un nuovo contatto visivo con i pazienti

Un messaggio di speranza, un sorriso per allietare le lunghe ed interminabili ore di degenza dei malati di Covid dell’ospedale Santa Scolastica di Cassino. Una semplice foto a colori attaccata sulla tuta bianca per far veder il viso dei dottori che tutti i giorni si prendono cura dei malati. Questa l’idea che ha avuto il dott. Arturo Gnesi, pneumologo e anestesista-rianimatore e sindaco di Pastena.

Alle prese con il #Covid, medici e infermieri indossano tute  e maschere che impediscono un contatto visivo con i pazienti. Il dottor Gnesi, come detto, ha adottato una soluzione speciale: una sua foto sulla tuta protettiva. Ci spiega importanza dell’empatia di un sorriso e di un volto, anche se solo in fotografia.

“Il cammino dei malati di Covid è costellato da paura e speranza, dal timore di essere vittime di una malattia crudele e dal desiderio di uscire il prima possibile da questa situazione talvolta letale.

Sanno tuttavia – scrive il dott. Gnesi in un post ripreso dalla Asl di Frosinone - che dovranno rimanere isolati, chiusi in casa e sono coscienti che se arriveranno in ospedale dovranno, almeno momentaneamente rinunciare alla vicinanza dei loro familiari.

Nei reparti, fin quanto è possibile riescono ancora a mantenere un contatto virtuale con il loro mondo utilizzando il cellulare per raccontare la loro esperienza quotidiana.

Ma molti tuttavia subiscono, per necessità terapeutiche, una sorta di sequestro, perdono i contatti con le famiglie e sempre più di rado possono ascoltare le voci dei figli, delle mogli o dei mariti, che da casa o da un altro reparto ospedaliero seguono con apprensione l'evoluzione della loro malattia.

In rianimazione giungono quadri severi di polmoniti interstiziali che determinano gravi insufficienze respiratorie da supportare con la ventilazione non invasiva o con quella meccanica.

Per i nostri pazienti la vita viene vista, quando possibile, attraverso il casco, la testa all'interno di un contenitore di plastica e con gli occhi seguono tutto ciò che accade loro intorno.

Manca l'aria, la cosa più banale , l'elemento essenziale per poter ridere, gioire della vita, vorrebbero poter respirare a pieni polmoni per tornare al lavoro, vorrebbero alzarsi da quel letto di ospedale per ritrovare gli abbracci , gli amici, il bar, le passeggiate o la partita di calcetto.

Invece no, il Covid li isola dal mondo, non possono sentire il calore di una carezza oppure vedere la dolcezza di un sorriso.

Loro racchiusi in una bolla di plastica e i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari coperti da tute, maschere, guanti e visiere per evitare che l'ingordigia e l'ingannevole invisibilità del virus possa fare ulteriori danni.

Ho visto sguardi di uomini e donne che sentendo le nostre voci cercavano  conforto per rimanere presentì in un mondo reale che li stava fatalmente escludendo.

Ho visto sorrisi che al solo ricordo degli affetti e degli amori lontani, sembravano per un attimo, compiere il miracolo di sconfiggere il male e di poter fare risorgere un corpo piegato e provato dalla solitudine e dalla rassegnazione.

Quando arriva il mio turno metto ogni volta un adesivo sulla tuta bianca per dare un segno di vicinanza ai malati, per ribadire che non bisogna mai considerare il malato un numero o un caso clinico.

Il volto dell'operatore per incoraggiarli a lottare contro un virus impietoso, per dar loro la forza di sentirsi parte di un mondo fatto di storie e di persone, di coraggio e di dolore, di vittorie e di sconfitte.

Continuiamo a combattere, tutti insieme, una battaglia molto difficile, che ci ha insegnato molto ma dalla quale abbiamo ancora molto da imparare”.

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