Centrale del Garigliano, vera panacea per una provincia distrutta dalla guerra

La grande struttura termonucleare, in disuso da anni, sta per essere smantellata. Decine le persone residenti nel cassinate che partire dagli anni '60 hanno lavorato nell' impianto Enel

Ha dato lavoro e respiro economico a tre province e due regioni per decenni. Nel Cassinate, i cui paesi furono rasi al suolo dalla seconda guerra mondiale, la realizzazione dell'opera di Morandi nei primi anni '60 venne vista come una panacea, al pari della costruzione dello stabilimento Fiat di Piedimonte San Germano, Oggi  la centrale termoelettrica del Garigliano, situata ai confini con il Lazio e la Campania e circondata dall'ononimo fiume, è in fase di smantellazione da parte della Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Le visite guidate

La società lo scorso fine settimana ha organizzato un Open Gate, con visite guidate che hanno visto la presenza di oltre cinquecento persone, all'interno dell'impianto. Un'operazione di trasparenza attraverso la quale tecnici e amministratori della Sogin hanno infatti mostrato come sta procedendo il lavoro di decommissioning, iniziato nel 2012. Un lavoro frutto soprattutto della cosiddetta ‘Economia circolare’, con il riciclo del 96% dei materiali recuperati dalla centrale per un totale di circa 258mila tonnellate, per lo più metalli e calcestruzzo. Sono solo 3280 infatti le tonnellate di materiale radioattivo destinate allo stoccaggio, tra estero e Italia (in caso solo di bassa o bassissima attività).

La demolizione

Come spiegato da Alfonso Maria Esposito, responsabile Sogin per la disattivazione della centrale del Garigliano, “attualmente stiamo rispettando le tempistiche per lo smantellamento, previste per il 2026, con ulteriori due anni a disposizioni nel caso sorgano problemi”. Dopo lo smantellamento del vecchio camino da 100 metri di altezza, del rotore e dell’alternatore della turbina, avvenuti nel 2017, il prossimo passo è l’addio alla turbina, “previsto per il 2020 – spiega Esposito – dopo che, entro dicembre di quest’anno, sarà terminato il collaudo”. Proprio i locali in cui attualmente è presente la turbina dovranno ospitare, dopo le procedure di ‘demolizione’, la stazione trattamento dei materiali, necessaria per procedere all’apertura del vessel, il cuore del reattore, e al suo smantellamento. Proprio quest’ultima sarà l’operazione più delicata: “Nel vessel si trova il 99% del materiale radioattivo della centrale – spiega Esposito - non a caso sui 383 milioni di euro che costerà l’operazione di decommissioning della centrale del Garigliano, 100 saranno destinati esclusivamente a questa operazione. Per lo smantellamento del vessel lavoreranno oltre 100 tecnici del gruppo Sogin ed è stimata una produzione di circa 1270 tonnellate di rifiuti radioattivi”.

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Storia e futuro

La centrale nucleare del Garigliano, costruita tra il 1959 e il 1964 su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi, ha continuato la sua attività fino al 1980. All’epoca Enel, proprietaria dell’impianto con la caratteristica sfera a ‘custodia’ del reattore da 160 MW, decise di fermare la produzione di energia dopo il terremoto dell’Irpinia, dati gli alti costi per i lavori di adeguamento sismico della centrale. Una volta ‘raffreddato’ il combustibile, questo venne trasportato in Francia dopo il processamento, garantendo fino all’ingresso nel 1999 di Sogin il mantenimento della sicurezza. Con la conclusione delle attività di decommissioning prevista nel 2026, è ancora incerto invece il futuro della centrale riportato allo stato di ‘green field’, ovvero a una condizione priva di vincoli radiologici, che consentirà il suo riutilizzo.
 

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