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Domenica, 14 Aprile 2024
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La "ciammella sorana", storia e ricetta di uno dei prodotto ciociari più gustosi

La ciambella si presenta lucida e dorata, croccante all'esterno e morbida internamente e nasce da un'antica ricetta tramandata a voce che racconta la semplicità degli ingredienti usati, la lunga lavorazione e la necessità di avere sì un prodotto economico ma che si conservasse sufficientemente a lungo

La "ciammella" sorana è uno dei prodotti tipici e tradizionali della Ciociaria conosciuta anche oltre il Lazio. La ciambella si presenta lucida e dorata, croccante all'esterno e morbida internamente e nasce da un'antica ricetta tramandata a voce che racconta la semplicità degli ingredienti usati, la lunga lavorazione e la necessità di avere sì un prodotto economico ma che si conservasse sufficientemente a lungo.

Ultimamente, per tradizione, viene mangiata il giovedì, dato che la maggior parte dei cittadini la compra nei vari stand che si allestiscono in occasione del mercato, che da sempre si svolge a Sora ogni giovedì della settimana ma ovviamente si può acquistare anche nei negozi locali primi fra tutti i produttori la famiglia Alonzi e la famiglia Tatangelo. Non si conoscono le origini storiche di questo prodotto ma si sa che veniva preparato già nell’alto Medioevo.

La ricetta tradizionale

Tradizionalmente la preparazione della ciambella sorana iniziava alle otto di mattina del giorno precedente la vendita. Si impastava insieme, a lungo ed in modo accurato, la farina con il lievito madre ed un'adeguata quantità d'acqua. Poi si lasciava “riposare” per circa tre ore.

A questo punto la pasta veniva rimpastata aggiungendo altra acqua, sale, un pizzico di bicarbonato di sodio ed un po' di lievito di birra.

La pasta si lasciava lievitare ancora per tre ore, poi si passava alla formatura. Si prelevava la giusta quantità di pasta variabile a seconda della pezzatura che si voleva ottenere e si stendeva, in forma di lunghi cilindri, sopra le tradizionali lastre di marmo che una volta costituivano il ripiano dei “tavoli da cucina”.

Si aggiungevano in modo uniforme, e nel giusto dosaggio, i semi di anice, si comprimeva la pasta per sagomare i tradizionali solchi laterali e poi si arrotolavano, saldando le due estremità, per formare le ciambelle.

Queste erano immerse in grosse caldaie di acqua molto calda, ma non bollente, e subito andavano a fondo tornando a galla dopo circa cinque minuti. Allora si raccoglievano infilando nel foro centrale un lungo cucchiaio di legno di faggio adagiandole su una “scifa” cioè un vassoio rettangolare anch'esso di faggio.

Le ciambelle, scolate ed asciugate, dopo circa mezz'ora si impilavano 8 o 10 la volta sopra un'altra “scifa” lasciandole a riposo fino alle due o le tre di notte, quando arrivava il momento di cuocerle di nuovo, ma questa volta in forno a temperatura media e per circa mezz'ora.

Le ciambelle erano così pronte per il consumo e venivano conservate e trasportate all'interno di grossi canestri adeguatamente coperte per mantenerle tiepide.

Le ciambelle venivano confezionate in tre grandezze differenti in base al peso della pasta impiegata: da un etto, due etti e quattro etti circa

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