Un ricordo per Nino Manfredi, ciociaro doc ed artista di fama indiscussa

L'attore morì il 4 giugno 2004. Nel luglio del 2003 era stato colpito da un ictus da cui non si era più ripreso.

Il 4 giugno 2004 ci lasciava il grande Nino Manfredi a 83 anni.  Nel luglio del 2003 era stato colpito da un ictus da cui non si era più ripreso. Nel febbraio del 2003, in occasione della morte di Alberto Sordi, Manfredi aveva cinicamente scherzato: "Ora sono rimasto solo io. Lui era nato nel'20, io nel '21. C'ho poco da campà...".

Interprete tra i più validi del cinema italiano, nel corso della sua lunga carriera ha alternato ruoli comici e drammatici, ottenendo numerosi riconoscimenti.  Nacque a Castro dei Volsci il 22 marzo 1921 da Romeo Manfredi e Antonina Porfili, entrambi di origine contadina.  Il 'Ciociaro d’Italia' vanta nella sua carriera più di cento film per il cinema, una quarantina di partecipazioni televisive, tre regie, dodici sceneggiature e tanto teatro. Accanto ad altri grandi del cinema come Vittorio De Sica, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi ha scritto un’importante pagina del cinema italiano.

La sua vita


La sua vita è stata quasi un film. Forte e vivido restò in lui il ricordo di quando, poco più che adolescente, si ammalò di tubercolosi e fu ricoverato al Forlanini e, fortunatamente, vinse la battaglia contro la malattia con la sua forza d’animo, la sua ironia e la sua leggerezza. Si laureò in giurisprudenza anche se presto accantonò la voglia di fare l’avvocato, nonostante la volontà del padre, per dare sfogo alla sua passione per la recitazione che arrivò e che scopri per caso. Frequentò così l’accademia Silvio D’Amico a Roma dove conobbe il suo maestro Orazio Costa.

Gli esordi a teatro


 A 25 anni esordisce al Piccolo Teatro di Roma nella compagnia di Vittorio Gassman ed Evi Maltagliati. Recita i classici, da Shakespeare a Pirandello, e matura esperienza sul palcoscenico presso il Piccolo di Milano con Giorgio Strehler e all’Eliseo di Roma con Eduardo de Filippo.

Il successo


Il vero successo arriva a cavallo tra gli anni 50 e gli anni ’60 momento in cui Nino Manfredì interpretò “L'impiegato”,  il “Barista di Ceccano”, il meccanico Piedeamaro in “Audace colpo dei soliti ignoti” (1960) di Nanni Loy, fino al 1963 con “Rugantino” al fianco di Aldo Fabrizi e Bice Valori. Continuò interpretando il barbiere d’Alatri nella storia d’amore “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi , Geppetto nel Pinocchio di Luigi Comencini, ma l’ascesa inarrestabile al successo ormai era già all’apice. Nel 1972 non ci fu solo Pinocchio ma Manfredi fece coppia con Mariangela Melato nel film “Lo chiameremo Andrea” di Vittorio De Sica. Si calò poi nei panni dell'emigrante italiano in Svizzera costretto a tingersi i capelli di biondo in “Pane e cioccolata” (1973) di Franco Brusati; in quelli del portantino d'ospedale Antonio in “C'eravamo tanto amati” (1974) di Ettore Scola, per poi diventare Michele Abbagnano il venditore abusivo di caffè sui treni in “Cafè Express” (1980) di Nanni Loy. Nel 1976 Ettore Scola lo dirige nuovamente in “Brutti, sporchi e cattivi”: Nino Manfredi è Giacinto Mazzarella, il dispotico capo di una famiglia della periferia di Roma. Si susseguono innumerevoli successi ed arriva anche, a fine anni ’90, quello in TV con la serie “Linda e il brigadiere”.

Il matrimonio e i premi

Nino sposò nella chiesetta di San Giovanni a Porta Latina nel 1955 Erminia Ferrari che gli restò accanto fino alla fine e che si è sempre definita fortunata ad averlo incontrato. Come attore Nino Manfredi ha conquistato cinque Nastri d'Argento e cinque David di Donatello.

I suoi personaggi


I personaggi che ha interpretato sono sempre uomini fondamentalmente ottimisti, positivi con una loro dignità e moralità, destinati inevitabilmente alla sconfitta ma mai umiliati e sviliti. Grazie alle loro qualità infatti e alla loro ironia, a tratti amara, sono spesso in grado di vincere sul  prepotente e sul dispotico.  Nino era uno del popolo che ha saputo fin dall’inizio cogliere le sfumature dell’animo umano toccando corde nascoste nel suo pubblico. Lo stesso che al passaggio del suo feretro ha intonato, in modo naturale, come simbolo di saluto ad un grande della cinematografia italiana una strofa della sua celebre canzona “Tanto pè cantà”.

Resta uno degli indisccussi miti del cinema italiano che a tutti piace ricordare tramite i suoi film, le sue gag e le sue citazioni più famose.

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