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Ecco "Sala di attesa" il racconto dedicato a Massimo Ciccotti

Il racconto è scritto dal fratello Daniele Ciccotti ed è di una delicatezza disarmante. Da leggere tutto d'un fiato

Sulla pagina Facebook "Senza filtro" ieri è stato pubblicato un racconto di una delicatezza disarmante. Il titolo è "Sala di attesa". Il racconto è stato scritto da Daniele Ciccotti ed è dedicato a Massimo, giovane ragazzo down colleferino che ricorderete tutti per la sua esuberante partecipazione alla serie tv con Luca Argentero "Doc - nelle tue mani" poco tempo fa.

L'ispirazione per scrivere il testo è scoccata quando Massimo ha girato il cortometraggio "Il secchio" visibile ad oggi su Prime video, scritto e diretto da Mattia Riccio. Massimo nella semplicità di chi non sa di insegnare e trasmettere molte cose ed emozioni, lo ha fatto con la naturalezza che lo caratterizza ed oggi questo è un in bocca al lupo per la sua nuova esperienza lavorativa che inizierà a breve. 

Ecco il testo:

“Piano, piano. E zitti voi. Un passo dopo l’altro, proprio come ha detto la mia mamma. Ho le gambe che tremano, mi sa che sono troppo pesante. Devo fare la dieta, però mi sento magro. Ho detto zitti! Che bello il tappeto di foglie cadute nel vialetto. Mi piace sentire lo scricchiolio, quando le schiaccio. Sono come Hulk io, forte. Ma forse sento un po’ di agitazione. Che posto è? Uffa devo ricordare le battute. E zitti voi, che ho fame. Poi devo rimanere concentrato. Il copione? Ah, si, eccolo, ce l’ho in mano. Ma il mio pranzo? Ah, si, eccolo. No, perché ho già tanta fame. L’indirizzo è giusto, c’è scritto Accademia della Musica. Suono. Ora mi apriranno. Ma chi è che arriva, una suora? Se lei è una suora, allora io sono il Vescovo. Anzi, sono Papa Hulk”. - Buongiorno, sei qui per il cortometraggio? - Buongiorno sorella, si, credo. Che Dio ti benedica! - E tu devi essere Lino, vero? Vieni ragazzo, entra, ti stanno aspettando… - Io sono Hulk però… va be’ è uguale… Lino è un ragazzo di trent’anni, con la trisomia 21. Deve affrontare una giornata impegnativa oggi, e vuole rimanere concentrato. Ha tanti amici per la testa, ma deve lasciarli stare. Non può farli uscire. Se lo era ripetuto più volte la sera prima, tra il ripasso del copione, e due chiacchiere con Capitan America. Lino è stato scelto per il ruolo del protagonista in un cortometraggio, di quelli pagati poco, con pochi mezzi. Ha raggiunto la location del set voluta dal regista; una villa seicentesca nel quartiere di Monteverde, sede dell’Accademia di Musica, gestita da una comunità di suore. Lino ci si vede tra le siepi e le piante come Tarzan nella giungla. Pensa che le suore sono molto brave in fondo. Compiaciuto, ha notato la cura del verde e dei giardini, le fontane pulite e zampillanti, il marmo dei pavimenti delle sale interne lucido e levigato. Adora il corrimano in legno massello che accompagna la scala elicoidale. Tra i suoi ragionamenti, si è impegnato a trattenere i suoi baldanzosi fantasmi che hanno sempre un consiglio da dare e qualcosa da confabulare. Scalpitano per mostrare al mondo i loro poteri e non è per niente facile tenergli testa. Proprio una mezz’oretta prima di arrivare sul set, erano in procinto di prevaricare la giocosa fantasia di Lino, scavalcando il muro che il ragazzo aveva cercato di costruire con enorme fatica per evitare l’attacco. Si trovava nella norcineria di Martino, per comprare qualcosa da mangiare a pranzo. Si conoscevano. Martino lo aveva salutato divertito, aveva chiesto come stava e cosa dovesse fare quella mattina così presto. Con la leggera balbuzie che lo distingueva, Lino aveva raccontato del cortometraggio per il quale era stato scritturato e che si preparava a recitare, ma che tutti quei pensieri gli avevano fatto venire già una gran fame. - Bene! Quindi, cosa ti preparo? – gli aveva chiesto Martino - La pizza con la mortadella! – aveva risposto deciso Lino, col sorrisone sornione. Ilsalumiere, camice bianco e guanti di lattice,si era disteso per raggiungere l’angolo del bancone dove aveva riposto la mortadella. Aveva afferrato il pesante tronchetto con forza, piazzandolo sull’affettatrice elettrica. Isuoi erano gestisoliti, consueti, che Lino conosceva bene. Fissava il bancone dei salumi e dei formaggi e non distoglieva mai lo sguardo dalle leccornie, disposte sempre in maniera così ordinata e complice. E ilsuper cagnolone segugio eroe, che sonnecchiava nella testa di Lino, si stava pian piano risvegliando, impadronendosi della sua anima. Cominciava a immaginare di separare gli odori di tutto quello che stava osservando e di assaporarli con gusto, dopo averli addentati in un grosso boccone. La pizza bianca era appena uscita calda dal forno, fumante di grano e rosmarino. Gli odori della norcineria lo stavano inebriando. Aveva cominciato a deglutire con dei movimenti gommosi della faccia, che a tratti il naso a patata si accartocciava. Strizzava gli occhietti a mandorla ogni volta che contraeva le guance, tanto che gli divennero lucidi e vitrei da vampiro affamato. Nonostante Martino continuasse a chiacchierare, lui non era riuscito più a dire nulla. Il cagnolone mangiatutto aveva cominciato a sbavare e produrre saliva ininterrottamente, pensando che se fosse stato agile come Spiderman, si sarebbe potuto attaccare al soffitto con una ragnatela e poi calarsi nel bancone per cacciare il muso nel vassoio della mozzarella di bufala o addentare un bel salame. - Ecco qua, bel ragazzo! Per te!! – si era voltato il salumiere, soddisfatto del suo lavoro. Assieme allo scroscio della busta di nylon, che Martino aveva annodato con vigore, la sua voce destò Lino dai sogni e dai suoi super poteri, proiettandolo di nuovo in una dimensione umana. Tornato nei suoi panni e nelle sue scarpe, aveva quindi ringraziato, pagato la sua pizza e una RedBull. Poi, sorridendo e baciando con un inchino medioevale la mano della cassiera, aveva raggiunto il set. Nonostante i limiti congeniti e le fantastiche protuberanze della sua immaginazione, Lino era riuscito a gestire bene la giornata lavorativa e lo stress, ricevendo i complimenti da tutta la troupe. La naturalezza davanti l’obiettivo e l’innata simpatia avevano alla fine avuto la meglio, condividendo una giornata speciale. Ma anche il regista era stato bravo; con pazienza, fatto tesoro di alcuni consigli per relazionarsi con le persone con la sindrome di Down e dopo una dozzina di ciak a vuoto, le cose erano andate migliorando. Inizialmente il suo assistente aveva insistito troppo, pretendendo da Lino dei riferimenti temporali che lo avevano completamente sbalestrato: - Allora Lino stammi a sentire! Dopo il ciak, conti fino a tre, poi sorridi, conti di nuovo fino a cinque, dici la battuta, poi alzi la testa, ti giri e poi conti fino a tre e te ne vai da quella parte!” Al povero Lino era girata la testa con tutti quei numeri. Provava a contare con le mani senza farsi notare, ma niente. L’astrattismo della matematica e il ritmo imposto lo stavano annebbiando. Era in difficoltà. In soccorso stava per saltar fuori anche Michael Jackson, che avrebbe certamente avuto il potere dismuovere le gambe inchiodate in un passo felino di break dance, e scivolare poi via sul marmo, il più lontano possibile da lì. Fortunatamente il giovane regista, rendendosi conto che qualcosa non andava, aveva tranquillizzato e riposto a suo agio Lino, lasciandogli il tempo di ritrovare la calma e uscire dall’impasse. Alla fine delle riprese Lino era stanco. Aveva bisogno di riposare, ma era felice di avercela fatta. Di aver mantenuto le promesse della sera prima e di sentirsi adeguato in quel mondo, recitando anche nelle vesti di qualcun altro. Come gli aveva suggerito sua mamma quella mattina, non aveva dato ascolto a nessuno dei suoi stravaganti amici, anche se si chiedeva dove fossero finiti. Ma non importava adesso. Con il sorriso stampato sulla faccia,si era cucito addosso un atteggiamento soddisfatto e gioioso che destava buontempo tra i macchinisti. Ci stava bene nel suo personaggio, e lo assecondava col suo fare spigliato: - bravo Lino, sei stato grande! Daje! Forza Roma!! E Lino, gioviale, battendo il cinque rispondeva: - Grazie, lo so, grazie, ora vado a sedermi. Sono come l’incredibile Hulk. Ciao. Ci vediamo dopo. Sai come, ho fame. Devo mangiare. Guarda che muscoli che ho, ciao! Forza Roma, sempre! In effetti, il pensiero della pizza con la mortadella lo aveva accompagnato per tutta la durata delle riprese. Ora finalmente era arrivato il momento di trasformarsi nel cagnolone segugio eroe mangiatutto. Ma nessuno doveva vederlo, perché quello era il suo segreto. La sala di attesa sembrava il posto perfetto. La porta era socchiusa, le voci lontane. La luce del sole tenue ed accogliente, proprio come le carezze della sua mamma. Si sedette sulla poltrona di sinistra, quella sotto la finestra. Con lo sguardo basso e i gomiti sulle ginocchia, con il gesto solenne dell’operaio in pausa, tirò fuori dal sacchetto la pizza con la mortadella avvolta nella carta scrosciante. Finalmente la addentò e masticò a lungo il boccone tanto desiderato, con gli occhi socchiusi e l’espressione goduriosa, poggiato comodo sullo schienale. Morso dopo morso si rilassò. Quindi alzò gli occhi, e si guardò intorno. La sala di attesa non era più vuota. C’erano tutti, e li riconobbe senza stupore. Continuò ad osservare e a mangiare, sorseggiando la bibita dalla cannuccia. Vide l’incredibile Hulk, grosso e verde giù all’angolo. C’era Batman, con ilsuo mantello nero. Spiderman era appiccicato sulsoffitto, proprio sopra la sua testa. Thor poggiato alla parete con la sua clava. C’era anche il Genio della Lampada, Hercules, Simba il leone, Pumba il fagocero e tanti, tanti altri… La sala di attesa era trasmutata nella visione cosmica dell’universo Lino, mentre lui contemplava ogni potere che in qualche modo, in tutti quegli anni, gli era appartenuto. Ricordava bene quando e perché lo avesse usato e balzò in piedi per ringraziare uno ad uno tutti i suoi amici. I supereroi smisero di chiacchierare tra loro ed il vociferare si azzittì. Si formò un cerchio di interesse intorno a Lino, intento a sgrullarsi le briciole dal panciotto mentre pensava a qualcosa di intelligente da dire. Ci voleva sempre un po’, quindi non fece in tempo. Qualcuno iniziò a battere le mani. E ad uno ad uno, tutti cominciarono a battere le mani. Prese vita un applauso energico, composto, passionale. Il petto di Lino si gonfiò di gioia. Poi esplose in un pianto di gratitudine e si coprì il viso con le mani. Singhiozzando, si asciugò le lacrime trattenendo a tratti ilrespiro. Fece qualche passo verso la porta dalla quale era entrato, e il cerchio si aprì per farlo passare. Era lui l’eroe adesso, il protagonista, l’attore e l’uomo per il quale tutti si sporgevano a stringergli la mano e poterlo abbracciare. All’uscita, in prossimità della soglia, per un attimo esitò. Si girò verso la sala, e con la voce rotta dall’emozione, trovò finalmente le parole. - Grazie a tutti, amici miei. Ma ora devo proprio andare. Sento chiamare Lino, che è il mio nome. Ma vi prego, non seguitemi. Aspettatemi, qui. Nella sala d’attesa. Prima o poi, tanto, io ci torno. Perché ne ho bisogno. Ma non oggi, che sento chiamare il mio nome. Io sono Lino! Uscì piano, trepidamente. Lasciò la porta della sala di attesa socchiusa, come l’aveva trovata. Percorse il corridoio ampio e luminoso, dove alla fine lo attendeva la troupe che si preparava a girare una delle ultime scene. Più Lino avanzava, più le voci dei macchinisti si amplificavano e si distinguevano. Uno degli operatori lo vide, e inneggiò il suo nome con un inno da stadio: - Lino, Lino, Lino! E tutti all’unisono lo seguirono - Lino! Lino! Lino! Lino alzò le braccia in segno di vittoria e cominciò a correre goffamente verso di loro come se avesse segnato un goal. Ma un pensiero lo colpì, e lo sentì nel cuore. Si arrestò nel bel mezzo del corridoio, tra le telecamere e i fari degli operatori più avanti e la sua sala di attesa, che voltandosi vide in lontananza. Il tragitto percorso sembrava essere molto più lungo e la porta lontanissima. Il battito del cuore salì in maniera imprevista. Ilrespiro si accorciò affannosamente, e dallo stomaco qualcosa gli suggerì che quel momento non doveva sfumare. Colse l’attimo, e cominciò a correre. Raggiunse con foga la sala di attesa, aveva finalmente chiaro cosa volesse fare. Afferrò la maniglia e la tirò deciso a sé. Il rumore della porta azzittì tutte le voci, dissolse tutti gli stratagemmi, spazzò via tutte le paure. Il suo magico universo venne inghiottito dallo sprazzo di lucidità che ogni tanto provava, e che lo faceva sentire adeguato, come nei panni di un altro quando recitava. La pulsione gli tornò regolare, così come il sorrisone sornione e ilsuo colore. Quindi sisistemò i capelli, la camicia nei jeans ed il gilet blu. Era fiero e felice, proprio come avrebbe voluto la sua mamma. Si diresse nuovamente verso il set. Ma non prima di assicurarsi un’ultima volta di aver chiuso per bene la porta del suo mondo."

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