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Stipendi, Frosinone 49esima in Italia tra le province che pagano meglio

Nel dossier dell'osservatorio JobPricing emerge che la provincia ciociara è seconda nel Lazio per retribuzione media registrata nel 2020. Balzo in classifica rispetto all'anno scorso di ben 12 posizioni

Il report reso noto dall’Osservatorio JobPricing – realizzato in collaborazione con Spring Professional – sulle retribuzioni e la graduatoria delle 107 province mette i dipendenti ciociari al 49esimo posto in Italia. Secondo il dossier, nella nostra provincia la retribuzione media registrata nell’ultimo anno è di 28.829 euro. Un valore che consente a Frosinone di fare un gran balzo in avanti rispetto allo scorso anno, guadagnando 12 posizioni.

La prima posizione di questa speciale graduatoria è occupata da Milano, seguita da Bolzano e Trieste. A livello regionale, invece, Roma occupa il sesto posto in graduatoria con la retribuzione media registrata pari a 32.224, poi c’è appunto Frosinone al 49esimo, seguono Latina 72esima con 27.425 euro, Rieti 88esima con 26.409 euro e Viterbo al 94esimo posto con 25.740 euro di retribuzione media nell’ultimo anno. Il Lazio si posiziona al terzo posto con 31.391 euro di retribuzione media, meglio solamente il Trentino Alto-Adige (32.954 euro) e la Lombardia (32.539 euro).

“Questo è un anno che più di altri merita delle premesse particolari che possano contestualizzare l’analisi dei “mercati retributivi territoriali” – spiega il dossier -. Il 2020 è stato, infatti, investito da una crisi sanitaria ed economica globale, che sta avendo ripercussioni eccezionalmente negative: il Fondo Monetario Internazionale stima una diminuzione del PIL globale del 4,4% e il PIL italiano, invece, secondo la Commissione Europea diminuirà del 9,9%. In Italia, dall’inizio dell’anno a novembre, le attività produttive non essenziali (circa il 45% delle imprese italiane, ISTAT) si sono fermate per quattro mesi, e, a seguito delle nuove misure di contenimento dell’emergenza sanitaria di novembre, i mesi di fermo si accingono ad aumentare. In aggiunta, ci sono stati inevitabili cambiamenti nelle modalità di lavoro e di consumo, facendo sì che nessun agente economico rimanesse esonerato dalle conseguenze di questa crisi, neanche quei settori dell’economia che non sono stati messi in pausa (il 51% delle imprese dichiarava a giugno un rischio di liquidità, ISTAT)”.

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