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Cassino, rapine a mano armata, arrestati tre insospettabili operai: criminali per 'arrotondare'

Il gruppetto è ritenuto l'autore degli 'assalti' ai titolari di distributori di benzina situati a nel basso Lazio, nel sud Pontino e nella Valle dei Santi

Rapinavano per 'arrotondare' lo stipendio. Sono stati individuati ed arrestati gli autori dei sei 'colpi' messi a segno nel Cassinate e nel sud Pontino negli ultimi mesi. A finire in manette, bloccati dai carabinieri della Compagnia di Cassino, agli ordini del colonnello Fabio Cagnazzo e del capitano Ivan Mastromanno, sono stati tre giovani residenti a San Vittore, Rocca d'Evandro e Sant'Apollinare.

Le rapine

I tre, Giovanni Gelfusa del 1981, Stefano D'Alessandro del 1986 e Luca Rafeli del 1982, che armati di pistola e a volto coperto, erano diventati l'incubo dei commercianti del cassinate. In quattro mesi hanno preso di mira quattro titolari di distributori di carburante (tre a San Vittore ed uno a Penitro, frazione di Formia), un edicolante di Cervaro e la cassiera di un supermercato a Sant'Angelo in Theodice. Il modus operandi era sempre lo stesso: armati di pistola e con il volto coperto, poco prima della chiusura, serale (quindi dopo aver concluso il turno lavorativo in fabbrica alle 17) entravano in azione. Prendevano di mira le attività più frequentate e minacciando i presenti si facevano consegnare l'incasso che poi dividevano.

Le indagini

Un piano perfetto in apparenza perfetto che però ha avuto sbavature, piccoli errori che hanno consentito ai carabinieri ed al magistrato Roberto Bulgarini Nomi, di arrivare ad individuarli. Sono stati arrestati e devono rispondere del reato di 'rapina a mano armata'. Tutti e tre sono stati rinchiusi nel carcere di Cassino. I tre durante le azioni delittuose giungevano sul posto a bordo di una moto di grossa cilindrata (Yamaha R/6), di colore bianco e rosso, con la quale poi si dileguavano. I rapinatori colpivano le attività commerciali la sera, in orario di chiusura, prevalentemente distributori di carburanti situati nel basso Lazio, sempre con il medesimo “modus operandi” consistente nel fatto che il soggetto che eseguiva materialmente la rapina mostrava alla vittima – senza tirarla fuori dalla cintola dei pantaloni – una pistola semiautomatica, di colore scuro, simile a quella in uso alle Forze dell’Ordine. Altra particolarità che legava i delitti tra loro, o meglio il filo conduttore era l’inflessione dialettale con cui si esprimevano i rapinatori, un accento locale ovvero alto casertano-basso Lazio.   Le articolate investigazioni svolte con numerosi servizi di osservazione, pedinamento dei  sospettati ed attività tecniche di P.G., nonché di un sequestro di una felpa indossata da Rafeli Luca durante una rapina, permettevano di conseguire gravi indizi di colpevolezza a loro carico.

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