Cronaca Cassino

Detenuti torturati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, arrestato anche un cassinate

Giacomo Golluccio di 45 anni, agente della Penitenziaria in servizio a Caserta, ha ottenuto il beneficio dei domiciliari. Indagato un 55enne sempre residente nella città martire. L'accusa per tutti è quella di tortura, maltrattamenti, lesioni e depistaggio

Un arrestato e un indagato residenti a Cassino ed in servizio presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'ondata di misure cautelari a carico di agenti della Penitenziaria in servizio nella casa circondariale (ben 52) che ieri ha scioccato la provincia di Caserta e l'Italia, ha toccato anche Cassino dove a finire ai domiciliari è stato l'agente di Polizia Penitenziaria, Giacomo Golluccio, 45 anni. Indagato a piede libero un altro agente di custodia cassinate, un uomo di 55 anni. 

Le accuse: “Molteplici torture ai detenuti e depistaggio”

I provvedimenti sono stati notificati dai militari del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta e della Compagnia dei Carabinieri di Santa Maria Capua Vetere, unitamente al personale di Polizia Giudiziaria del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria. I Pubblici Ufficiali sono gravemente indiziati, a seconda delle loro diverse rispettive posizioni e partecipazioni soggettive, a seguire meglio specificate, dei delitti di concorso in molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.

Due proteste prima delle torture

Le indagini sono originate dagli eventi del 6 aprile 2020, che sono successivi alle manifestazioni di protesta di alcuni detenuti ristretti nella casa circondariale ‘Uccella’ avvenute il 9 marzo ed il 5 aprile dello stesso anno. In particolare il 9n marzo, un gruppo di 160 detenuti del reparto ‘Tevere’ (diverso da quello ove poi si consumeranno le violenze del 6 aprile) dopo aver fruito dell’orario di passeggio, rifiutava di entrare nel reparto, protestando per la restrizione dei colloqui personali imposta dalle misure di contenimento del contagio da Covid. Senza che peraltro si verificassero tingili danni a strutture o forme di violenza (non ci sono state denunce). Il 5 aprile seguiva una ulteriore protesta, operata da un numero imprecisato di detenuti del reparto ‘Nilo’ ed attuata mediante barricamento delle persone ristrette, motivata dalle preoccupazioni insorte alla notizia del pericolo di contagio conseguente alla positività di un detenuto al Covid-19. La protesta rientrava nella tarda serata, anche mediante l’opera di mediazione e persuasione attuata dal personale di polizia penitenziaria del carcere.

La perquisizione straordinaria per pestare i detenuti: la verità nelle chat dei telefoni

All’esito della seconda protesta, nella giornata del 6 aprile, veniva organizzata una perquisizione straordinaria, generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti ristretti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un intervento operato da circa 283 unità, costituita sia da personale appartenente alla casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere sia da personale facente parte del ‘Gruppo di Supporto agli interventi’, istituto alle dipendenze del provveditore regionale per la Campania Antonio Fullone. La perquisizione venne attuata nei confronti di 292 detenuti allocati nel reparto Nilo.

All’esito della successiva acquisizione delle immagini tratte dall’impianto di video-sorveglianza ritraenti alcune fase del relativo svolgimento (prova documentale confermata da numerose audizioni delle persone detenute) era conseguentemente contestata l’arbitrarietà delle perquisizioni, disposte oralmente, emergendo il reale scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere ed appagare presunte aspettative del personale di polizia penitenziaria (dalle chat tratte dai dispositivi smartphone, poi sequestrati, emergeva la reale causale, ossia dare il segnale minimo per riprendersi l’istituto e motivate sul personale dando un segnale forte), essendosi conseguentemente utilizzato un atto di perquisizione. La perquisizione risultava, di fatto, eseguita senza alcuna intenzione di ricercare strumenti atti all’offesa ovvero altri oggetti non detraibili, ma, per la quasi totalità dei casi, le immagini della video-sorveglianza rendevano una realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti ed inumane, contrarie alla dignità ed al pudore 

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