Trovato un telefono all'interno del carcere di Frosinone in una cella di due detenuti stranieri

Non è bastato nasconderlo in un posto che pensavano potesse essere sicuro. La denuncia del sindacato SAPPE

Un telefono cellulare è stato trovato nel carcere di Frosinone nei giorni scorsi. A darne notizia è Maurizio Somma, Segretario nazionale per il Lazio del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Il cellulare è stato trovato dentro a una bomboletta di gas all’interno di una cella occupata da detenuti rumeni.

Il telefono è stato ritirato

"Il telefono è stato ritirato e segnalato ai superiori uffici dipartimentali e regionali nonchè all'Autorità Giudiziaria. Oggi è stato trovato - spiega Donato Capece, segretario generale del SAPPE - all'interno della gamba di un biliardino, dentro la saletta ricreativa di una sezione comune a regime aperto. Questa è la dimostrazione che a Frosinone non c'è più  sicurezza: all’interno dell'Istituto sembra possa entrarvi di tutto. Al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria chiediamo interventi concreti come, ad esempio, la dotazione ai Reparti di Polizia Penitenziaria di adeguata strumentazione tecnologica per contrastare l'indebito uso di telefoni cellulari o altra strumentazione elettronica da parte dei detenuti nei penitenziari italiani", aggiunge.

Una spaventosa criticità

Quel che è accaduto nella Casa Circondariale frusinate ha riportato alla ribalta le difficoltà della struttura detentiva di Salerno e le gravi condizioni operative nelle quali lavora ogni giorno il personale di Polizia Penitenziaria, femminile e maschile. Dove sono ora quelli che rivendicano ad ogni piè sospinto più diritti e più attenzione per i criminali ma si scordano sistematicamente dei servitori dello Stato, come gli Agenti di Polizia Penitenziaria e gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, che ogni giorno rischiano la vita per la salvaguardia delle Istituzioni?”. Ed evidenzia: “E’ vero quel che ha detto durante la consueta conferenza stampa di fine anno il  Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ossia che  avere un sistema carcerario più moderno e più umano aiuta la sicurezza. Ma oggi la realtà in Italia non è affatto così. Oggi, nelle 190 prigioni del Paese, sono presenti 57.608 detenuti (oltre 6.230 i ristretti nel Lazio), ossia ben oltre la capienza regolamentare, e gli eventi critici tra le sbarre (atti di autolesionismo, risse, colluttazioni, ferimenti, tentati suicidi, aggressioni ai poliziotti penitenziari) si verificano quotidianamente con una spaventosa ciclicità. I suicidi di detenuti in cella, poi, sono stati oltre 50 dall’inizio dell’anno, cifra mai raggiunta prima dalla nascita della Repubblica a testimoniare che il sistema penitenziario, per adulti e minori, si sta sgretolando ogni giorno di più, con gravi ripercussioni sull’operatività delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria, umiliati dalle continue offese di una parte di ristretti intolleranti alle regole, all’ordine e alla sicurezza delle carceri”.

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La denuncia del sindacato

Netta è la denuncia del SAPPE: “Da tempo il SAPPE denuncia, inascoltato, che la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della Polizia Penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, la mancanza di personale – visto che le nuove assunzioni non compensano il personale che va in pensione e che è dispensato dal servizio per infermità -, il mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento. La realtà è che sono state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e se non accadono più tragedie più tragedie di quel che già avvengono è solamente grazie agli eroici poliziotti penitenziari, a cui va il nostro ringraziamento. Per questo nelle carceri c’è ancora tanto da fare, ma senza abbassare l’asticella della sicurezza e della vigilanza, senza le quali ogni attività trattamentale è fine a se stessa e, dunque, non organica a realizzare un percorso di vera rieducazione del reo”.

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