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Operazione Uti Dominus, ecco chi gestiva le piazzole Asi per la prostituzione come se ne fosse il proprietario

Nella rete della Questura di Frosinone la banda con a capo il macedone A.A. Sull'Asse attrezzato ogni area ‘venduta’ a 8.000 euro per sfruttare decine di donne, 'comprate' al costo di 400 euro l'una e costrette a vivere in una baracca di Via Le Noci

Alle prima luci dell'alba di oggi, lunedì 27 luglio, la Squadra Mobile della Questura di Frosinone ha sgominato quella che, stando alle accuse della Procura, è la pericolosa banda che ha gestito per anni le piazzole Asi destinate alla prostituzione: oltre al capo, il 28enne macedone A.A., suo fratello, l'appena 21enne A.E.; tre albanesi, ossia C.K., M.K. e T.R., e l'unica donna del gruppo nonché compagna di A.A., la 26enne P.C.. Tutti indagati, a vario titolo e in concorso, per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, ricettazione, estorsione e porto abusivo di arma. 

Tra intimidazioni e altri potenziali reati (furti), le aree di sosta poste tra le due rotatorie dell'Asse Attrezzato di Frosinone, "vendute" a 8.000 euro l'una per sfruttare decine di donne – costrette, oltre a guadagnare 500 euro al giorno a testa, a vivere in una baracca di Via Le Noci – sarebbero state gestite dai diretti interessati proprio come se ne fossero i proprietari. Da qui il nome dell'Operazione "Uti Dominus", coordinata dal Sostituto Procuratore Samuel Amari e descritta dettagliatamente nel corso della conferenza stampa tenuta nella tarda mattinata odierna dal Questore Leonardo Biagioli e dal suo vice Flavio Genovesi. Quest'ultimo, per l'appunto, a capo dell'ufficio investigativo che ha eseguito le sei misure cautelari emesse dal Gip del Tribunale del Capoluogo: 5 di custodia in carcere e una di detenzione domiciliare. 

++ Articolo aggiornato alle 14:00 ++

La ricostruzione della Questura di Frosinone

L'indagine è iniziata nel dicembre 2019, a seguito del tentato omicidio di un cittadino di origini albanesi. L’uomo, mentre era a bordo della sua auto parcheggiata nei pressi di un bar della zona industriale frusinate, fu colpito da un proiettile alla testa, sparato a bruciapelo da un suo connazionale, che lo ridusse in fin di vita. Il responsabile, braccato dalla Polizia, venne arrestato nelle ore successive.

Dai primi riscontri acquisiti dagli investigatori, si era avuto modo di comprendere che la vicenda traeva origine dai dissidi tra i due soggetti, entrambi pregiudicati, sorti per la spartizione dei proventi illeciti derivanti dallo sfruttamento della prostituzione, circostanza confermata anche dal reo confesso. Da questi primi risultati investigativi si è immaginato uno scenario dai contorni certamente più ampi di quelli paventati dai soggetti coinvolti e si è dato inizio a tutta una serie di approfondite indagini che hanno permesso di ricostruire una vera e propria organizzazione criminale, a capo della quale vi era il pregiudicato ferito nell’agguato, e composta da altri cittadini stranieri, tra cui una donna.

L’associazione malavitosa aveva come interesse primario quello dello sfruttamento della prostituzione, dalla quale ricavava notevoli guadagni costringendo con la violenza e le minacce giovani donne straniereche si prostituiscono lungo le strade del capoluogo, a cedere parte dei loro guadagni ed a versare con regolarità ai criminali una quota per l’occupazione del luogo in cui esercitavano l’attività di meretricio. Ciò contribuiva ad esprimere la pericolosità del sodalizio le cui figure di vertice, oltre al disinvolto e spregiudicato utilizzo delle armi, miravano al conseguimento del totale controllo del territorio come se fossero “padroni” anche delle aree destinate allo svolgimento della prostituzione tanto da poterle “lottizzare”.

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