Omicidio Mollicone, la Procura è certa: "Serena aggredita in caserma"

La ricostruzione del depistaggio che ha portato all'arresto dell'innocente Carmine Belli. L'intercettazione telefonica tra Tuzi e Quatrale. Il suicidio del brigadiere e le grandi pulizie con l'acido muriatico.

L'ex maresciallo dei carabinieri Mottola

Dal giorno dell'omicidio di Serena Mollicone, la studentessa diciottenne di Arce, trova morta nel giugno del 2001, sono passati esattamente diciotto anni e un mese. Un lasso di tempo costellato di lacrime, dolore, appelli, speranze e poi delusioni vissute dal padre Guglielmo (difeso dall'avvocato Dario De Santis) e dalla sorella Consuelo (assistita dall'avvocato Sandro Salera). Diciotto anni di depistaggi e richieste di archiviazione per un'indagine che sembra essere morta dopo l'assoluzione con formula piena nel giugno del 2006 del povero Carmine Belli, carrozziere di Rocca d'Arce, arrestato nel 2004 con l'accusa di aver assassinato la giovane e che per 18 lunghi mesi è rimasto in cella di isolamento gridando la propria innocenza.

Belli vittima di depistaggi

Belli fu vittima di uno dei tanti depistaggi che, secondo la Procura, furono attuati dai veri responsabili dell'omicidio di Serena Mollicone. Oggi, 30 luglio 2019, quelli che per magistratura e carabinieri (nel 2011 viene istituito un pool di investigatori dell'allora comandante provinciale dei carabinieri di Frosinone, il colonnello Antonio Menga e oggi concluse grazie alla caparbietà del colonnello Fabio Cagnazzo) erano solo sospetti, sono divenuti realtà con la richiesta di rinvio a giudizio per il maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria (che avrebbe provveduto a far sparire ogni traccia di sangue), il figlio Marco (con il quale Serena potrebbe aver litigato violentemente) ed il maresciallo Vincenzo Quatrale, per il reato di concorso nell'omicidio di Serena Mollicone; per il solo Quatrale, per il reato di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi; per l'appuntato Suprano, per il reato di favoreggiamento. 

L'omicidio

Serena Mollicone quindi, come gridato dal padre per 18 anni, quel giorno di giugno del 2001 si reca nella caserma dei carabinieri di Arce con le proprie gambe. Il motivo la Procura non lo rende noto ma si ipotizza che dovesse incontrare il figlio dell'allora comandante, il coetaneo Marco Mottola. Una volta all'interno accade (come ricostruito dalle indagini dei Ris e dagli accertamenti dell'Istituto di Medicina Legale di Milano dove il corpo di Serena, una volta riesumato, è stato studiato per oltre un anno e mezzo) i due ragazza litigano. Parte uno schiaffo che fa sbattere violentamente la fronte occipitale di Serena contro la porta di un alloggio in disuso. La ragazza perde i sensi e perde sangue dall'orecchio. Scatta il panico e intervengono il maresciallo e la moglie. Il corpo di Serena viene spostato su un terrazzino coperto e lontano da occhi indiscreti. Sulla testa della ragazza verròà infilato un sacchetto sigillato con del nastro adesivo. Serena però non è morta. Serena poteva essere salvata. Serena morirà, come confermato dall'autopsia, sei ore dopo il colpo alla testa. La ragazza morirà soffocata. 

L'aggressione in caserma

Dall'anno 2006, data dell'assoluzione definitiva di Carmine Belli, sono riprese le indagini sull'omicidio di Serena Mollicone; nell'anno 2011 il procedimento è stato iscritto a carico dei Mottola ed altri soggetti, le posizioni di questi ultimi poi archiviate dal GIP, mentre per i Mottola proseguivano le indagini. Furono svolti accertamenti prevalentemente tecnici, sia di tipo genetico/biologico, dattiloscopico ed in materia botanica, comprensivi di comparazione tra i profili genetici di centinaia di persone, ma, per mancanza di prove certe, questo ufficio provvide, in data 18.02.15, a richiedere l'archiviazione del procedimento. In seguito all'atto di opposizione dei familiari della vittima, il Gup del Tribunale di Cassino, Angelo Valerio Lanna, ha disposto, in data 13.01.16, il proseguimento delle indagini, indicando quale tema di approfondimento l'ipotesi investigativa dell'evento omicidiario all'interno della stazione dei carabinieri di Arce.

La rivisitazione di tutti gli atti procedimentali

"Grazie alla rivisitazione approfondita e sistematica di tutti gli atti procedimentali, svolta con la collaborazione del Comando Provinciale dei carabinieri di Frosinone, alla riesumazione del cadavere e all'applicazione di tecniche all'avanguardia, sia ad opera della professoressa Cristina Cattaneo, del LABANOF dell'Istituto di Medicina legale di Milano che del RIS dei Carabinieri di Roma - spiega in un comunicato stampa la Procura -, questo ufficio ritiene di aver provato che Serena Mollicone è stata uccisa nella caserma dei carabinieri di Arce, con una spinta contro una porta, data la riscontrata perfetta compatibilità tra le lesioni riportate dalla vittima e la rottura di una porta collocata in caserma; parimenti è stata accertata la perfetta compatibilità tra i microframmenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima ed il legno della suddetta porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma".

Le dichiarazioni di Tuzi 

In tal modo, per la prima volta, hanno trovato riscontri oggettivi le dichiarazioni rese in data 28.03.2008 e 9.04.2008 dal brigadiere Santino Tuzi, nel 2001 in servizio ad Arce, il quale affermò di aver visto, la mattina del 1° giugno 2001, Serena Mollicone entrare in caserma e di non averla più vista uscire. In seguito alla richiesta di nuove verifiche da parte dei familiari del brigadiere Tuzi, è stata disposta nel maggio 2016 la riapertura delle indagini relative alla sua morte, con nuovi accertamenti che hanno evidenziato che il suo suicidio è in stretta relazione con le sue rivelazioni sull'omicidio Mollicone rese pochissimi giorni prima; è stata trascritta per la prima volta una conversazione ambientale nella quale il maresciallo Quatrale, presente con lui in caserma la mattina del 1° giugno 2001, lo invitava esplicitamente a ritrattare le precedenti dichiarazioni. 

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Oltre cento testimoni

Durante i nuovi accertamenti si è proceduto all'ascolto di 118 testi, molti dei quali ponderatamente scelti tra i 1137 più volte già sentiti nel corso dei 18 anni di indagine; sono state effettuate rogatorie in Francia, Polonia e Stato del Vaticano.  "Pertanto si ritiene che le prove scientifiche, insieme con le prove dichiarative - ha dichiarato il Procuratore Capo Luciano d'Emmanuele - consentano di sostenere con fiducia l'accusa in giudizio".

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