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Cronaca Arce

Processo Mollicone, la verità sulla morte di Serena chiusa in un cassetto per cinque mesi

Nella relazione consegnata nel 2007 dal maresciallo Evangelista ai superiori si ipotizzava il coinvolgimento dei Mottola e dei militari in servizio a Arce. Atto arrivato in Procura nel marzo 2008. I sospetti su Santino Tuzi e le angherie che lo uccisero

Nessuno credeva al fatto che tre componenti della famiglia Mottola potessero esseri coinvolti nella morte di Serena Mollicone come ipotizzato dal maresciallo Evangelista già nel 2007. Per alcuni carabinieri ad uccidere la diciottenne di Arce poteva essere stato anche il brigadiere Santino Tuzi. Sette anni dopo la morte della studentessa la verità era invece sotto gli occhi di tutti. Il dato sconcertante è emerso durante la celebrazione del processo in Corte d'Assise. Per i colleghi ed i superiori di Tuzi, il delitto non poteva essere avvenuto nella caserma di Arce come invece riferito dal maresciallo Gaetano Evangelista in una relazione, consegnata ai diretti superiori nell'ottobre del 2007 e rimasta chiusa in un cassetto per ben cinque mesi. A parlare dell'importante dettaglio è stato il pubblico ministero Maria Beatrice Siravo che ha interrogato, nel corso dell'udienza che si è svolta venerdì 22 ottobre presso il tribunale di Cassino, il luogotenente Marco Sperati, uno degli investigatori che ha preso parte alle indagini sull'omicidio della studentessa di Arce.

Il magistrato ha chiesto al sottufficiale dell'Arma per quale motivo si sono dovuti attendere ben cinque mesi, prima che qualcuno si decidesse ad informare la Procura di Cassino sugli importanti elementi raccolti dal comandante della stazione dei Carabinieri che aveva preso il posto di Franco Mottola. La risposta alla domanda non è arrivata: il teste non ha saputo fornire una spiegazione. Unico dato certo è che solamente il 26 marzo del 2008 il documento è stato consegnato all'autorità giudiziaria che, in poche ore, ha convocato tutti i componenti della famiglia Mottola, il brigadiere Santino Tuzi e il luogotenente Vincenzo Quatrale. Il 28 marzo del 2008 la caserma di Arce è divenuta una sala di interrogatorio mentre la parte sovrastante che ospita gli alloggi di servizio, è veniva passata al setaccio dai Carabinieri del Ris.

"Santino Tuzi quella sera, improvvisamente, aiutati anche da un piccolo escamotage, ci disse di aver visto Serena Mollicone in caserma la mattina del 1° giugno 2001. Fece una dettagliata descrizione della giovane, degli abiti e della borsetta che non è stata mai trovata - ha ricostruito il militare Sperati -. In quel momento ci siamo convinti del fatto che lui potesse sapere molto di più". Gli inquirenti dell'epoca (come ribadito anche dal colonnello Pietro Caprio, nel 2007 comandante del Reparto Operativo provinciale dei Carabinieri, durante l'escussione avvenuta il 17 ottobre scorso ndr) sospettavano che il brigadiere potesse essere direttamente coinvolto nella morte di Serena Mollicone. Per questo chiedono aiuto al luogotenente Vincenzo Quadrale (oggi imputato per il reato di istigazione al suicidio).

L'ex vice comandante della caserma ed amico di Santino Tuzi ha quindi organizzato un incontro con il brigadiere che, ignaro di essere intercettato, ha invece confermato punto per punto le dichiarazioni. Di questa conversazione per anni non è stata mai trovata traccia così come non è stata mai menzionata nell'informativa consegnata in Procura. Il dialogo tra i due carabinieri è stato scoperto casualmente nel 2016 e inserito negli atti a distanza di otto anni. Cosa abbia spinto il brigadiere a togliersi la vita l'11 aprile del 2008, 13 giorni dopo la sua testimonianza, oggi inizia ad essere più chiaro. "Tra le tante ipotesi investigative non abbiamo escluso che Serena Mollicone potesse essere stata uccisa proprio da Tuzi mentre le dava un passaggio in auto da Arce a Sora. Abbiamo accertato che spesso il brigadiere garantiva passaggi a chi faceva autostop - ha ribadito Sperati -. Abbiamo dedotto che potesse aver incrociato Serena mentre usciva dalla caserma una volta terminato il turno".

Santino Tuzi sempre più solo, pressato e vessato da colleghi e superiori, il 9 aprile del 2008 riferisce di essersi sbagliato, quella ragazza che ha dichiarato di aver visto nella caserma dei Carabinieri di Arce il 1° giugno del 2001, non era Serena Mollicone. Un dietro front che, però, non ha convinto i magistrati che decidono di riascoltarlo: convocato a Cassino dove, chiedendo espressamente di essere ascoltato senza la presenza dei carabinieri, conferma nuovamente quanto riferito il 28 marzo. Gli magistrati Perna e Morra credono alle sue parole e decidono di organizzare un confronto con il maresciallo Franco Mottola. Un incontro mai avvenuto perché Santino Tuzi si è tolto la vita con la pistola d'ordinanza, quella stessa pistola che gli sarebbe dovuta essere tolta senza alcuna remora visto lo stato di prostrazione in cui era sprofondato. Un processo indiziario quello che si sta celebrando in Corte d'Assise che ha fatto però emergere un dato inconfutabile: la disumanità da parte di chi, per mestiere, dovrebbe tutelare i deboli. 

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