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Martedì, 23 Aprile 2024
L'indagine

La malavita nel Frusinate supportata dai 'colletti bianchi' che riciclano danaro

I dati che emergono dal VI° e VII° Rapporto stilato dall'Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, tratteggiano una provincia ormai 'terra di camorra'

La criminalità organizzata nel Frusinate ha trovato terreno fertile anche e soprattutto grazie alla connivenza di 'colletti bianchi' che hanno riciclato danaro proveniente da attività illecite. Il VI° e VII° rapporto sulle Mafie del Lazio, stilato dall'Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio presieduto da Gianpiero Cioffredi, mette 'nero su bianco' le dinamiche di un fenomeno che per decenni ha fortemente inquinato l'economia sana della provincia di Frosinone.

"Se alcune recenti evidenze investigative testimoniano la presenza nelle province di Roma e Latina di sodalizi criminali autoctoni e ben strutturati, nonché di proiezioni di organizzazioni calabresi, campane e siciliane, “nella provincia di Frosinone appare prevalente la presenza di gruppi di origine camorristica”. In specie il clan dei casalesi ha proiettato molti dei suoi interessi in quella zona. Va considerato che tale sodalizio, oltre alla vicinanza geografica, tende sempre di più a “ricercare la collaborazione dei cosiddetti colletti bianchi ossia degli imprenditori che hanno permesso all’organizzazione di riciclare il denaro illecito proveniente dalle estorsioni, dal traffico dei rifiuti e soprattutto dalle gare d’appalto. Significativa in tal senso è certamente l’operazione che il 3 febbraio 2021, nell’ambito dell’indagine “Autoriciclo” ha visto la Guardia di finanza dare esecuzione in provincia di Frosinone ad una misura restrittiva nei confronti di 17 persone legate al clan dei casalesi e ritenute responsabili di associazione per delinquere, evasione e frode fiscale. Le indagini hanno consentito di individuare 2 organizzazioni criminali i cui membri erano legati anche ad esponenti di spicco del clan dei casalesi, “dedite alla commissione di una serie di reati fiscali, frode in commercio, falsità ideologica, intestazione fittizia di beni, estorsione, riciclaggio ed abusiva attività finanziaria”. 

Il dossier passa poi ad analizzare i fatti criminalit più recenti avvenuti a Frosinone e che hanno avuto una risonanza mediatica nazionale. "Ciò che, però, nel corso del 2021 ha dato reale contezza della penetrazione e della potenza di svariati sodalizi criminali in provincia di Frosinone è un episodio avvenuto nel carcere del capoluogo ciociaro a settembre 2021, uno dei fatti più gravi registrati nelle carceri italiane. La mattina del 16 settembre 2021 un detenuto viene rinchiuso dentro una cella, la numero 14, da cinque persone, sequestrato e picchiato; in quel momento l’ala era sguarnita; la vittima è Alessio Peluso, definito “esponente di spicco della criminalità organizzata campana”, nel suo ambiente conosciuto come il “ras di Abbasc Miano”, zona nord di Napoli. Quel giorno venne “punito” da cinque persone a loro volta in stato di detenzione nella stessa sezione del carcere, la terza. Peluso è stato picchiato da tre uomini mentre gli altri due facevano da palo e tenevano la porta della cella chiusa. Secondo la ricostruzione della Procura si è trattato di un regolamento di conti non si sa se legato al dominio interno oppure al traffico di droga esterno".

"La Procura di Frosinone ha chiesto il rinvio a giudizio per sequestro di persona pluriaggravato e lesioni a carico di Genny Esposito, 32 anni, di Napoli, figlio di Luigi, boss del clan Licciardi, figura emergente tra i narcos romani, nella piazza di spaccio di San Basilio e di Nettuno, e per Marco Corona, 35 anni, considerato esponente del clan Lo Russo e Mario Avolio, 55 anni, entrambi di Napoli. Oltre a loro ci sono due albanesi: Andrea Kercanaj, detto Sandro, in carcere al momento dei fatti perché accusato di aver messo in piedi l’organizzazione che gestisce il traffico di droga tra le case popolari del capoluogo ciociaro; e Blerim Sulejmani, secondo palo nell’aggressione in cella. L’aggressione ebbe un seguito su cui tuttora si sta indagando: tre giorni dopo Alessio Peluso riesce a ricevere una pistola mBernardelli semiautomatica in carcere, che utilizza per sparare all’impazzata contro i suoi aggressori. Cinque colpi, tutti andati a vuoto ma che hanno rappresentato una gravissima rappresaglia all’interno di un carcere. Secondo la versione fornita nell’immediatezza dei fatti, mentre era in corso una ispezione del Ministero e del Dap dentro al carcere, l’arma era arrivata a Peluso attraverso un drone calato all’altezza della cella in cui era rinchiuso. L’inchiesta sulla provenienza della pistola e sulla genesi dello scontro è in corso ed è coordinata dalla DDA di Roma". 

Con la stessa ordinanza inoltre è stato disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni per un valore di oltre 13 milioni di euro. "Il sistema prevedeva la costituzione e l’utilizzo di soggetti giuridici creati ad hoc secondo lo schema tipico delle cosiddette “frodi carosello”. Resta sempre al centro degli interessi dei clan l’attività di spaccio su vasta scala, come si evince dalla recente sentenza (marzo 2022), con rito abbreviato, del Tribunale di Roma per un totale di 145 anni di carcere inflitti a 27 dei 28 imputati per i reati di spaccio estorsione e riciclaggio. Nell’ambito di questo procedimento ad ottobre 2020, in accoglimento di conforme richiesta della Dda di Roma, si era data esecuzione a numerose misure cautelari all’esito di un’inchiesta partita dalla intercettazione di un pacco da 510 grammi di hashish all’aeroporto di Bonn; pacco inviato da Madrid e diretto ad una donna di Fontana Liri, in provincia di Frosinone". 

I successivi sviluppi dell’indagine hanno consentito di ricostruire "l’esistenza di due gruppi “in guerra tra loro”, uno nel sorano e l’altro in contatto con la camorra. I proventi delle attività illecite venivano investiti in una ditta di onoranze funebri (da cui il nome dell’indagine, “Requiem”) e nell’acquisto di immobili. I traffici di stupefacenti continuano a rappresentare un’importante fonte di lucro per i gruppi organizzati attivi nella provincia, così come l’usura, il riciclaggio, il settore dei giochi e delle scommesse e quello dei rifiuti, segmenti criminali sui quali le mafie hanno lucrato sfruttando le opportunità del territorio, con i conseguenti rischi di infiltrazione dell’economia legale alimentati dall’emergenza pandemica". 

Tra l’altro nel territorio provinciale hanno trovato rifugio numerosi latitanti, come dimostrano gli arresti avvenuti nel recente passato di esponenti di spicco legati ai clan Amato-Pagano, Polverino e ai casalesi. Analogamente al territorio pontino anche nel frusinate si registra un’incidenza criminale condizionata dalle proiezioni delinquenziali campane, con riferimento appunto alla storica presenza del clan dei casalesi (in particolare i Venosa) e del clan Mallardo. Nell’area di Cassino si è registrata nel tempo una considerevole presenza di proiezioni di sodalizi criminali campani e segnatamente quelli di origine casertana. In questa zona risiedono soggetti appartenenti al cartello dei Casalesi, agli Esposito di Sessa Aurunca, ai Belforte di Marcianise, ma anche ai clan napoletani Licciardi, Giuliano, Mazzarella, Di Lauro e ai Gionta di Torre Annunziata (Napoli).

"Si registra contestualmente anche la presenza di propaggini criminali autoctone rappresentate dalle famiglie Spada e Di Silvio. Queste, imparentate con le omonime aggregazioni criminali romane e pontine, si sono rese protagoniste nel tempo di alcuni rilevanti episodi delittuosi dimostrandosi attive nel racket delle estorsioni, nell’usura, nel traffico e nello spaccio degli stupefacenti talvolta in osmosi con organizzazioni mafiose. In tale ambito a gennaio 2022 la Direzione Investigazione Antimafia e la Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Cassino, a seguito di richiesta di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale della confisca dei beni avanzata dalle Procure della Dda di Roma e dalla Procura di Cassino, hanno dato esecuzione ad un provvedimento di confisca beni patrimoniali del Tribunale di Roma nei confronti di 9 di etnia rom SpadaMorelli, stanziali nel basso Lazio, già noti per appartenenza ad un sodalizio criminale. Su quest’ultimo nel 2016, con l’operazione “I due Leoni” e nel 2019 con l’operazione “San Bartolomeo”, furono condotte indagini per reati di spaccio, usura e intestazione fittizia di beni in un contesto associativo". 

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