Roma, confiscati 40 Mln di euro all'imprenditore Capano Pasquale

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno portato a compimento un’importante operazione nei confronti dell’imprenditore CAPANO Pasquale, calabrese di origine ma dimorante a Roma da diversi

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I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno portato a compimento un’importante operazione nei confronti dell’imprenditore CAPANO Pasquale, calabrese di origine ma dimorante a Roma da diversi

anni, ritenuto contiguo ad una nota cosca di ‘ndrangheta, attiva nell’alto ionio cosentino (clan MUTO di Cetraro), che ha portato alla confisca definitiva di beni per un valore complessivo di circa 40 milioni di euro, ora passati definitivamente allo Stato.

L’attività svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria rappresenta la conclusione di articolate indagini che, nel decorso mese di dicembre 2013, avevano determinato l’arresto dell’imprenditore, della moglie e del genero.

Nel dettaglio, il Tribunale di Roma - Sezione per il riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale - accogliendo pienamente l’appello proposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma - riconosceva non solo la sussistenza di gravi indizi nei confronti del CAPANO e dei suoi familiari ma, soprattutto, la sussistenza delle ipotizzate esigenze cautelari.

Più in particolare, i giudici del riesame, valorizzando le investigazioni esperite dalle Fiamme Gialle del G.I.C.O. e condividendo le motivazioni integrative sottolineate dalla Distrettuale Antimafia capitolina, sottolineavano la forza probatoria di un’illuminante lettera, rinvenuta nel computer del CAPANO Pasquale in pregresse attività di perquisizione.

Tale missiva, peraltro indirizzata ad altro pregiudicato mafioso, nel ricordare come l’affiliazione ‘ndranghetista costituisca una scelta di vita e non già solo un’opportunità affaristica, evidenziava il ruolo criminale preminente del CAPANO sul destinatario, per poi tenere quella che, in maniera perfetta, è stata definita una vera e propria lezione di “diritto mafioso”. Essere ‘ndranghetisti è una scelta non più revocabile e che crea un vincolo di sangue tra gli associati ineludibile, chiamati sempre ad un mutuo soccorso, anche e soprattutto in ipotesi di (prevedibili) “infortuni giudiziari”.

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