Roma, al Maxxi la mostra "Architetture in uniforme. Progettare e costruire durante la seconda guerra mondiale"

Ancora oggi la maggior parte degli storici racconta come l’architettura sia stata una scienza marginale durante gli anni della seconda guerra mondiale. Un’analisi più attenta dimostra come in quel periodo si ebbe una poderosa avanzata di questa...

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Ancora oggi la maggior parte degli storici racconta come l’architettura sia stata una scienza marginale durante gli anni della seconda guerra mondiale. Un’analisi più attenta dimostra come in quel periodo si ebbe una poderosa avanzata di questa scienza, che avrebbe trasformato il modo di pianificare e costruire le città fino ai giorni nostri.

Durante la guerra, i governi dei paesi Alleati e dell’Asse stanziarono investimenti cospicui affinché i loro architetti cambiassero il volto delle città, attraverso la costruzione su vasta scala di rifugi antiaerei, basi militari, infrastrutture di difesa – in alcuni casi anche del patrimonio artistico, come le protezioni che in Italia avvolgevano il David di Michelangelo –, ma anche edifici industriali, abitazioni e perfino opere o mausolei che andassero incontro alle esigenze della propaganda.

Come è noto il regime nazista fu estremamente attento alla produzione architettonica, con il ruolo di spicco che assunse nella gerarchia del Reich Albert Speer, l’architetto di Hitler – nonché criminale di guerra condannato per crimini contro l'umanità al processo di Norimberga del 1945 – che fece diventare realtà i disegni urbanistici dei nazisti. Anche negli Stati Uniti la poderosa innovazione tecnologica a fini bellici spinse l'amministrazione Roosevelt e l'austero architetto George Bergstrom a concepire il Pentagono, la mastodontica e razionalistica costruzione ancora oggi sede del Segretario alla Difesa americano, come le strutture nucleari di Oak Ridge realizzate nell’ambito del progetto Mahnattan, grazie all’opera degli architetti che le collegarono alle centrali idroelettriche esistenti nella Valle del Tennesse.

Del resto, già nel 1930 lo scrittore tedesco Ernst Jùngher aveva profetizzato come nel mondo moderno, specie dopo la prima guerra mondiale, non ci sarebbe stata nessuna attività, “nemmeno quella della domestica che cuce a macchina”, che non avrebbe costituito una forma di “produzione destinata, seppur indirettamente, all’economia di guerra”. L’architettura non fece eccezione e le nuove tecniche di costruzione contemplavano nuovi materiali, talvolta anche sintetici, e la presa in considerazione del fattore ambientale, nonché l’utilizzo delle tecniche del camuflage – oggi alla ribalta per via dell’Expo – capaci di nascondere impianti industriali, infrastrutture e perfino piccole città all’occhio degli aviatori nemici.

Tutto questo e molto altro è raccontato nella mostra Architetture in uniforme. Progettare e costruire durante la seconda guerra mondiale, in scena al Maxxi di Roma fino al 3 maggio. Una mostra ideata e realizzata in Canada presso il Centro per l’architettura di Montreal, a cura di Jean Louis Cohen della New York University, per essere riadattata in Francia presso la Cité de l’Architecture et du patrimoine di Parigi, e al Maxxi di Roma dove sono stati aggiunti materiali inediti (come la jeep dell’esercito italiano, entrata nell'immaginario collettivo del secolo scorso, e posta in bella posa all’ingresso della mostra o alcuni film dell’Istituto Luce e le riviste di architettura pubblicate durante la guerra).

Affrontando la mostra un tempo di guerra, non potevano mancare i progetti e il resoconto delle tecniche di costruzione delle infrastrutture difensive, come i bunker collettivi fatti costruire dal governo inglese a Londra a partire dal ‘40, l’anno della battaglia d’Inghilterra in cui gli eroici e molto spesso giovanissimi aviatori della Raf respinsero gli invasori nazisti, collegati alle stazioni della metropolitana attraverso una fitta rete di tunnel in profondità. Molti di questi progetti furono contemplati, in realtà, già nei primi anni ’30 quando Le Corbusier aveva progettato, per la sua Città Radiosa, protezioni e schermature da allestire ai piani superiori della struttura – la minaccia aerea era diventata infatti più probabile dopo il primo conflitto mondiale. Nel 1934, il tedesco Hans Schoszberger pubblicò un trattato sulla protezione aerea degli edifici, accogliendo le idee di Le Corbusier e del sovietico Miljutin, osservando che l’alta densità delle città di allora, con tanta gente ammassata insieme, era un obiettivo facile da colpire. In Italia, Piero Bottoni, durante un convegno del Sindacato Nazionale Fascista Architetti del ’40, teorizzò la separazione degli edifici civili, da costruire in zone decentrate, dalle infrastrutture industriali, obiettivi sensibili.

Un personaggio a cui la mostra da un rilievo particolare è Bruno Zevi, l’architetto che più tardi avrebbe influenzato i progetti di molti urbanisti sia in Italia che in Europa. Bruno Zevi fu un grande innovatore e in seguito alle leggi razziali del ’38 dovette emigrare negli Stati Uniti per completare gli studi, poi, durante la guerra, giunse a Londra nel '42 dove lavorò per il genio militare dell’esercito statunitense. Al suo rientro in Italia nel ’45, pubblicò manuali e trattati come Verso un’architettura organica e i Bollettini tecnici – redatti in collaborazione con l’Ufficio dell’Informazione di guerra degli Stati Uniti – al fine di diffondere in Italia gli innovativi metodi di costruzione e di progettazione edilizia che erano stati sviluppati in America durante la guerra.

Anche la commemorazione dei caduti ebbe una parte rilevante nei disegni degli architetti. Albert Speer fece progettare costruzioni monumentali per i caduti della Wehrmacht in Francia e in Africa settentrionale, dove l'omaggio per i soldati di Rommel ricordava nella forma le tombe dei faraoni. Anche gli architetti sovietici immaginarono formidabili complessi al fine di celebrare le vittorie sui nazisti in Europa orientale, come il pantheon ideato da Grigorij Zaharov di ispirazione simile a quella tedesca.

Ma in quel tempo tragico i piani architettonici assunsero una inevitabile dimensione demoniaca quando si misero a disposizione del malefico piano di distruzione di massa degli ebrei deciso da Hitler e dalla nomenklatura nazista – la “soluzione finale” decisa durante la conferenza di Wannsee del ‘42. Alcuni campi di concentramento come quello di Auschwitz, nella Slesia superiore e sul cui cancello di ferro era impressa la dolorosa e sarcastica scritta: “Arbeit macht frei”, furono concepiti su principi razionalistici ad opera di architetti come Hans Stoneberg o Fritz Eurl, un ex allievo del Bahaus, che razionalizzarono i campi separando gli agglomerati in cui erano tenuti prigionieri gli ebrei, dalle caserme delle SS e dagli edifici in cui i deportati andavano a lavorare. Ed è qui che si apre un punto cruciale della mostra, quello della scelta etica a cui molti architetti e uomini di scienza di quel tempo furono sottoposti, decidendo se aderire o meno all’ideologia nazista e ai folli piani di sterminio di Hitler. Alcuni architetti si misero a disposizione della barbarie, altri ne furono vittima come il polacco Szymon Syrkus che riuscì a sopravvivere soltanto lavorando come progettista ad Auschiwitz, e allora l’insegnamento che ancora oggi se ne può trarre è che il libero arbitrio, la capacità di scegliere per il bene, è una facoltà assolutamente da coltivare per gli architetti come per ogni uomo di scienza, a qualunque dio, ideologia, equazione o demone oscuro abbia consacrato la propria ricerca.

Mario Sammarone

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