Roma, Al Teatro Argentina con «Calderón» cadono le maschere

«Calderón», e trema il Teatro Argentina di Roma; con esso, le coscienze. Dal 20 aprile all’8 maggio Federico Tiezzi firma la regia dell’intensa tragedia in versi scritta da Pier Paolo Pasolini nel 1967 e pubblicata poi nel 1973, una produzione...

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«Calderón», e trema il Teatro Argentina di Roma; con esso, le coscienze. Dal 20 aprile all’8 maggio Federico Tiezzi firma la regia dell’intensa tragedia in versi scritta da Pier Paolo Pasolini nel 1967 e pubblicata poi nel 1973, una produzione Teatro di Roma e Fondazione Teatro della Toscana.

La complicata drammaturgia di Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi, scivola con naturalezza tra i respiri pasoliniani, e non solo. Ad appannare gli specchi delle esistenze umane un corpo consistente formato da formidabili artisti: Sandro Lombardi, Camilla Semino Favro, Arianna Di Stefano, Sabrina Scuccimarra, Graziano Piazza, Silvia Pernarella, Ivan Alovisio, Lucrezia Guidone, Josafat Vagni, Debora Zuin, Andrea Volpetti e con la partecipazione straordinaria di quella che può essere considerata a ragione una delle ultime dive, Francesca Benedetti. Meravigliosamente funzionali le scene di Gregorio Zurla. Immensi nella genialità i costumi di Giovanna Buzzi e Lisa Rufini. Veri capolavori. Straordinariamente emotive e al contempo narrative le luci di Gianni Pollini che ha saputo raccontare bene il complicato mondo dell’inconscio, della passionale storia e della Storia con tutti i punti di domanda che ci ha lasciato. Attenti fino al respiro i movimenti coreografici di Raffaella Giordano, così come il canto curato da Francesca della Monica. Ecco, tutto questo ha restituito al teatro la sua sacralità. «Il teatro è un rito perché ci sono i corpi», con queste parole lo Speaker ha rotto il silenzio. «Noi siamo tutto ciò che possiamo essere», dunque vita, dunque morte. Quella di «Calderón» è la casa del Corpo Divino, così c’illumina un’importante scritta a neon. «Ridatemi il mio corpo. Il mio corpo è divino come quello di Cristo, per questo puoi essere crocifisso». E il Corpo Divino è costretto a vivere anche negli spazi più pornografici: che sia una prigione, un convento, un manicomio. Per Pasolini la chiesa, «sbirra e puttana», è stata furba: ha immortalato un ribelle sconfitto. Ma «Il villaggio delle baracche è grande. In ogni baracca c’è una puttana» e un edipico Arlecchino si ritrova proprio in quella di una puttana, sua madre. La Storia poi vorrebbe ridurre le persone in sterili numeri. E se non riesce in questo, ecco le suddivide in 3 categorie: i membri normali, i leader, gli esclusi. Ma «a volte tra gli esclusi, ci sono gli esclusi», questa è la vera tragedia. Dunque, beata afasia che corre in nostro soccorso, perché a volte «le cose sono troppo cattive per rimanerci dentro». Siamo tutti costretti a vivere in un lager fingendo qualche forma di libertà: «Siamo cose e l’unica libertà che ci rimane è tradirci». La borghesia si incarna nei più svariati corpi e in tutte le sessualità della storia. Per dirci tutto questo, sono occorsi tre sogni: nel primo Rosaura si innamora di Sigismondo, un ex amante della madre che scoprirà essere suo padre; nel secondo, da prostituta, si innamora di Pablito, un ragazzo che scoprirà essere suo figlio; nel terzo è una moglie rassegnata al proprio destino, che si innamora di Enrique, uno studente rivoluzionario. E in ogni sogno è ricorrente il tema della diversità, della irriducibilità di ogni essere umano alle logiche del potere borghese. Ma Rosaura si rincarna ancora una volta: nello scheletro vivente di una vittima delle SS naziste, nello stesso salone di reggia trasformato in lager, mentre irrompe il coro degli operai comunisti in veste di salvatori. La libertà è un sogno, ma «Siate liberi»!

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