Roma, Al Teatro Golden, Maurizio Casagrande con «… e la musica mi gira intorno» abbatte i muri e riempie il famoso bicchiere

Tra le note riconoscibilissime della nota canzone di Ivano Fossati, ha preso vita ieri sera al Teatro Golden lo spettacolo di Maurizio Casagrande, che ne firma anche la regia, «…e la musica mi gira intorno». In scena fino al 17 aprile, una...

Tra le note riconoscibilissime della nota canzone di Ivano Fossati, ha preso vita ieri sera al Teatro Golden lo spettacolo di Maurizio Casagrande, che ne firma anche la regia, «…e la musica mi gira intorno». In scena fino al 17 aprile, una moltitudine di ricordi riaffiorano dalle note di canzoni che hanno segnato le tappe di una vita.

Il testo, scritto a quattro mani da Casagrande insieme a Francesco Velonà, si è mostrato al pubblico proprio come appaiono quotidianamente pezzi di vita: stordito dalle emozioni che, si sa,confondono sempre un po’, quando sono vere ovviamente, come queste. L’applauso per la simpatia puntuale, pungente, intelligente va a Peppe Fiore, nei panni di un tecnico del suono e delle luci. Esuberante e irrispettoso, conquista il pubblico dissacrando un po’ chi si prende troppo sul serio. Per ridere occorre coraggio e voglia di vivere. L’applauso per la bellezza, che non toglie ma si aggiunge a quelle che sono le doti interpretative, va alle due coriste: Mariateresa Amato e Roberta Andreozzi. Le musiche a cura Lorenzo Maffia, hanno preso spessore attraverso le performance di bravissimi e giovani musicisti. «Questo spettacolo è nato un giorno leggendo una frase: “Un uomo senza passato è un uomo che non ha futuro”» confessa sin dalle prime battute, Casagrande. E proprio grazie alla musica, l’artista ricostruisce, con ironia e la giusta dose di cinismo, i momenti salienti che hanno formato la sua persona. Con “Ti amo” di Umberto Tozzi è scoccato il primo bacio, che però senza l’intrusione della lingua, non si è fatto galeotto nel portare alla luce un bebè a cui dare un nome. Nel 1961 nasce Maurizio e…“bevete più latte, il latte fa bene, il latte conviene a tutte le età”. «Pesce, carote, spinaci mi facevano schifo» ma comunque: «W la pappa». E con un twist la musica comincia a girare intorno alla vita dell’uomo. Con un “supercalifragilistichespiralidoso” comincerà a parlare. E che salita, ogni tappa della vita! Simpatico il gioco degli asciugamani in scena per detergere il sudore; a Casagrande però è capitato il più piccolino, quello dell’ospite, da bidet, per intenderci. La gag è carina. La scuola è il tempo per capire chi sei. Dove si capisce se si è dei trascinatori, dei trascinati, o delle trasparenze. Da qui comincia tutto, il primo rapporto con la società e per riderci sopra «Vengo anch’io. No, tu no» di Enzo Jannacci. E mentre lo spettacolo è in corso, ecco che arriva un tecnico ‘particolare’ che comincia ad arrotolare i cavetti. Simpaticissimo. Intelligente e pungente, e molto vero questo personaggio. Importante per la drammaturgia. Tra Casagrande e Fiore inizia un simpatico conflitto verbale: «Casadei». «No, Casagrande». «Esagerato!». Se le luci non sono al loro posto si può rischiare un Black & Decker. «Blackout! Io detesto la stupidità» dice Casagrande. Da un discorso sugli scarafaggi si finisce poi a parlare dei Beatles. E Maurizio che fa, si mette a suonare: un pianoforte, poi una chitarra, un basso, per finire alla sua grande passione, la batteria. Ricorda che negli anni settanta faceva parte di un banda rock: i Tetra Neon. Bei tempi quelli in cui si pensava di poter sognare un futuro da scegliere. Ma, «Unica certezza nella vita è che non ci sono certezze». E mentre il momento si fa intimo, ecco che riappare il tecnico delle luci e del suono, che fa nuovamente innervosire l’artista. Inizia qui una delirante conversazione: «B’Arca non è uguale a L’Arca». «No, è!?». «Mo, Sé!». Il pubblico ride perché il gioco di parole è diretto e incisivo come la surreale realtà. Per far riaffiorare alla mente gli straordinari 8 anni: “Che fico” di Pippo Franco. Una serie di riflessioni, più o meno profonde, portano avanti uno spettacolo che fa comunque un po’ di compagnia. Ogni strumento attira a sé una tipologia di donna. Il batterista rimorchia le «Squittrici». E Ivana, la sua prima ragazza, era proprio una di quelle. Carnale lui, troppo carnale lei. Casagrande parla dei critici. Alcuni saranno a favore, altri contro. Ma questo, si sa, è il gioco a cui si sottopone chi sale su un palco illuminato dai riflettori. «Non ti lamentare. Perché se ti lamenti che ti stai mangiando i lupini, c’è chi si sta mangiando la buccia» parole sagge della nonna del tecnico. «L’amore è chimica, è energia. Tutte le fiamme si spengono, anche il sole si spegnerà». E dopo aver ricostruito, passo dopo passo, il suo passato, Casagrande spera in un futuro. Scatta qui l’identificazione del pubblico in sala e si aprono gli spazi infiniti del pensiero critico. La vita poi, è semplicemente un fatto di gusti. Dunque: “Dipende” di Jarabe de Palo porta fuori dal teatro romano una moltitudine di flashback individuali potenti. Tra risate e feroci analisi, che non è detto che siano solo da parte dei critici, il messaggio di Casagrande, qual è? Occorre che ognuno metta del suo, per vedere il bicchiere mezzo pieno.

Veronica Meddi

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