Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cultura

Roma capitale e la provincia: intervista al Prof. G. Fioravanti: futuro e conoscenza

Nel dibattito culturale a volte le province, o meglio - per dirla con Eco - periferie dell'impero, esitano  più stimolanti e sorprendenti. Vero, Ferrara città d'arte, quindi un plusvalore in partenza, tuttavia, in certa crisi globale...

Nel dibattito culturale a volte le province, o meglio - per dirla con Eco - periferie dell'impero, esitano più stimolanti e sorprendenti. Vero, Ferrara città d'arte, quindi un plusvalore in partenza, tuttavia, in certa crisi globale dell'Emilia-Romagna, magari spiccano intellettuali relativamente poco noti, pure semplicemente all'avanguardia: avanguardia scientifica e sociale beninteso.

Il prof. Giovanni Fioravanti, dalle pagine web dell'ancor recente giornale on line, Ferrara-Italia, a cura di Sergio Gessi, web press già atipica con poca cronaca e molta Kultur o sguardi metanotizie, con un neologismo, promuove da tempo quella sempre vagheggiata società della conoscenza, o comunità nello specifico potenziale, da presunti visionari umanisti ma scienzati, da Julian Huxley a Karl Popper allo stesso Piero Angela e la comunità scientifica italiana. In tempi di crisi, paradossali anche, nell'era del web con la conoscenza stessa potenzialmente moltiplicata all'infinito, quell'utopia, forse, al di là del rumore politichese, appare finalmente orizzonte inedito realistico (salvo default o regressioni medievali prossime venture). Alcune domande al Prof. Fioravanti, noto anche in certo ambiente culturale conoscitivo della Capitale, magari per una futura Roma 2.0, Knowledge City prossima ventura, comunità società città aperta come sognavano, ad esempio, F.Fellini e R. Rossellini ( sincronicamente) e - super on topic... - il Club stesso ecofuturibile di Roma di Aurelio Peccei.

D- Professore, villaggi elettronici "divinava" McLuhan, città' d'arte come Ferrara, quindi non metropoli, potenziali comunità della conoscenza, quasi un esperimento ad hoc per scenari più macrospici, almeno concettualmente?

R - La città della conoscenza non è un'idea mia, basta consultare il sito web delle Knowledge Cities, inoltre dal 23 al 27 settembre si terrà a Tallin, in Estonia, il settimo summit mondiale delle Knowledge Cities.

Il fatto che nel nostro paese non se ne parli o se ne parli poco, sta a confermare il grande ritardo culturale che il nostro paese ha accumulato sulla cultura, sui saperi e sui diritti delle persone.

Non ci si può riempire la bocca con la "società della conoscenza", obiettivo dell'Unione Europea, e non partire dalle nostre città e dalle persone che vi abitano. Sono le persone che fanno il valore di una città, prima del suo patrimonio di memorie e di monumenti.

Insomma bisogna credere nel capitale umano che è ogni singolo individuo e tutti noi questo dobbiamo pretenderlo.

D- Professore, perché "città della conoscenza"?

R - La conoscenza è il faro che può illuminare il cammino della città postindustriale, postmoderna alla ricerca di una nuova identità.

Indica l'ambizione di migliorare la vita umana e il benessere individuale, l'elemento umano come base imprescindibile di ogni città intelligente.

Conoscere è tensione, è come la corrente elettrica, se manca nulla si illumina, è il blackout della mente, della propria vita, di ogni cittadinanza.

D- Professore, l'etica della conoscenza (Monod ad esempio) era vista come quasi scientismo in Italia contrapposto all'umanesimo tradizionale se non archetipico nazionale, un errore grave quella interpretazione?

R - Certamente. Tante vicende dalla procreazione assistita, al testamento biologico, all'omofobia, creazionisti contro evoluzionisti e ancora altro mi inducono a pensare che questo paese non abbia ancora metabolizzato l'Illuminismo. Questo mi preoccupa soprattutto se penso alla formazione scientifica dei nostri giovani, costretti ad apprendere nel pantano della contradizione tra scienza e l'idea di "fine" che implica un dio, per dirla con Jacques Monod. Qui sì c'è il tema dell'etica della conoscenza!

Insomma "conoscenza" per me significa liberarsi dalla morsa entro cui ancora ci dimeniamo, tra il personalismo alla Maritain da un lato e il capitale umano come lo interpreta la World Bank dall'altro.

Del resto già Kant ci aveva messo in guardia con la sua affermazione che la ragione è un'isola in un mare di irrazionalità.

D- Professore, anche la società aperta di Popper, stesso destino in fondo, troppo Liberal e poco -diciamolo pure- socialista, a suo tempo, ancora un modello?

R - Riformismo, liberalismo, pluralismo ce ne fossero. Sono gli ingredienti fondamentali di ogni forza democratica. Ne abbiamo bisogno come l'ossigeno per percorrere la strada verso la società «dei liberi e degli uguali» che, al contrario di Popper, non considero l'inganno di Marx e Engels, ma un'aspirazione continua.

Il contributo di Popper è soprattutto la sua critica allo storicismo e al determinismo storicista. Da questo punto di vista ben venga "la società aperta".

Devo dire però, che la mia preferenza va ad un altro filosofo della scienza, che ha polemizzato con Popper. Mi riferisco a Thomas Kuhn e al suo concetto di "paradigma", che ci aiuta ad imparare a guardare quello che ci sta attorno, e che diamo per scontato, con occhio sempre nuovo, per compiere le nostre rivoluzioni scientifiche. Da questo punto di vista la conoscenza, i saperi, come patrimonio di tutti sono la chiave di volta.

D- Professore, la scuola culla della civiltà o del villaggio della conoscenza, concorda?

R - La scuola come luogo di partecipazione alla cultura della società a cui si appartiene oggi mi sembra, in un mondo globalizzato, una prospettiva angusta e sbagliata. L'ingresso nel villaggio planetario della conoscenza, in un villaggio che non cessa di espandersi e costruire a me sembra questo l'obiettivo di ogni formazione. Ma bisogna stare attenti, perché rispetto a questo obiettivo è necessario difendersi dagli attacchi di una economia della conoscenza in funzione del mercato e del capitale che sempre più ha preso il sopravvento schiacciando persone, popoli, culture e tradizioni.

Ognuno di noi è "cultura", poiché ognuno di noi tende costantemente alla propria ideale formazione, alla realizzazione di sé nel rispetto della propria autentica forma e natura.

Ecco perché dobbiamo imparare e pretendere di vivere in città che siano sempre più "città della conoscenza".

Roby Guerra * membro scuola romana di filosofia politica

INFO

https://www.worldcapitalinstitute.org/content/7th-knowledge-cities-world-summit-2014

https://www.ferraraitalia.it/author/giovanni

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Roma capitale e la provincia: intervista al Prof. G. Fioravanti: futuro e conoscenza

FrosinoneToday è in caricamento