Roma, in Vaticano presentata la nuova datazione per il ritrovamento del Laocoonte da un incunabolo conservato a Segni

Da Segni è emerso un incunabolo che anticipa di quattro giorni, dal 10 Gennaio 1506 al 6 Gennaio 1506, la nascita del ritrovamento del Laocoonte, la prima scultura che ha dato vita ai musei vaticani.

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Da Segni è emerso un incunabolo che anticipa di quattro giorni, dal 10 Gennaio 1506 al 6 Gennaio 1506, la nascita del ritrovamento del Laocoonte, la prima scultura che ha dato vita ai musei vaticani.

Il documentoè stato illustrato ampiamente e con prove documentali dal Dott. Alfredo Serangeli (Direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo III” della diocesi di Velletri-Segni) e da Luca Calemme, storico d’arte. Che sono stati introdotti dal Dott. Antonio Paolucci ( Direttore dei Musei vaticani). Peraltro si è anche appreso che il padre dello scopritore di questo Laocoonte (un'interessante scultura marmorea visitata dai più grandi artisti italiani fin dal 1500, era di Valmontone con possedimenti a Colleferro e non a caso era presente una folta delegazione di cittadini segnini e colleferrini, guidati dai rispettivi Sindaci Mariassunta Boccardelli e Pierluigi Sanna con il Vescovo di Velletri- Segni Mons. Vincenzo Apicella che hanno assistito alla presentazione nella sala conferenza dei Musei Vaticani, mai vista così stracolma. Per meglio illustrare questo documento vi pubblichiamo la ricerca effettuata dal Dott. Alfredo Serangeli e Luca Calemme

LAOCOONTE

È un esemplare della Naturalis historia di Gaius Plinius Secundus, in un’edizione del 1491, a conservare tra le sue postille la notizia che potrebbe variare la data del ritrovamento nel 1506, in una vigna sul Colle Oppio, del celebre gruppo scultoreo.

Questa edizione (1) della famosa opera di Plinio, curata da Filippo Beroaldo, è dovuta a Tommaso de Blavis (3), originario di Alessandria ed attivo come stampatore in Venezia nell’ultimo quarto del sec. XV, del quale costituisce anche l’ultima opera conosciuta, in quanto

successivamente su di lui non si ha più alcuna notizia.

L’archivio storico “Innocenzo III” (4) di Segni, nato nel 1998 per conservare e valorizzare il patrimonio documentario degli archivi ecclesiastici dell’antica diocesi di Segni custodisce questo preziosissimo incunabolo dall’anno 2007, ossia da quando, dopo più di un trentennio

dalla chiusura del Seminario – durante il quale il suo edificio conobbe diverse riconversioni ed utilizzazioni – il vescovo della diocesi, Mons. Vincenzo Apicella, decise di assegnarne la biblioteca all’archivio.

L’arrivo del volume della Naturalis historia a Segni è molto probabilmente dovuto agli Scolopi, un Ordine religioso riformato dedito alla scolarizzazione delle classi subalterne, che a partire dal 1755

si insediò nel locale Seminario Vescovile. Infatti, a causa delle difficoltà a reperire un valido corpo docente per l’istituzione ecclesiastica, su richiesta del vescovo della città lepina Federico Muschi, il papa Benedetto XIV ne affidò nel 1755 l’insegnamento agli Scolopi, che vi rimasero per quasi cinquant’anni, fino all’avvento della Repubblica Romana nel 1798, le cui conseguenze furono molto pesanti, determinando la chiusura e l’espulsione degli stessi religiosi perché forestieri,

mentre i beni del Seminario, compresa la biblioteca, furono confiscati.

Le complesse vicende successive porteranno alla riapertura del Seminario e alla riacquisizione di tutto quello che era stato oggetto di confisca, senza però che gli Scolopi potessero riavere i libri che essi stessi avevano portato a Segni, nonostante le reiterate richieste.

Questa ipotesi sulla provenienza dell’incunabolo è rafforzata dalla presenza in biblioteca, tra varie cinquecentine recanti note di appartenenza agli Scolopi, di un volumetto che raccoglie una miscellanea di opere sulla caccia di Grattio Falisco, Ovidio, Marco Aurelio Olimpio, Tito Calpurnio Siculo e Adriano Castellesi, ab antico legate insieme ad una raccolta di opere di Ausonio Decimo Magno. Si tratta in effetti di due diverse edizioni stampate entrambe a Lione,

rispettivamente nel 1537 e nel 1540, che recano nei rispettivi testi varie postille che dal punto di vista calligrafico si possono confrontare agevolmente a quelle sull’opera di Plinio: in particolare, il posizionamento e la tipologia di queste note, nonché il disegno delle maniculae – ossia delle piccole mani disegnate sui margini del libro per richiamare passi del testo – fanno tutte pensare che si tratti del medesimo postillatore, a cui dovettero anche appartenere questi volumi. Da notare

come nel primo frontespizio della miscellanea sia presente la nota di appartenenza al predetto ordine religioso: « Bibl. Signina Sch. Piar. ». Tale nota è presente su molti altri testi antichi della biblioteca del Seminario, ed in un caso è unita alla data del 1760, che

indica probabilmente l’ingresso del libro nella stessa . Quindi, possiamo supporre che l’incunabolo (13) e le altre opere, rimasero confuse nel fondo antico della Biblioteca del Seminario Vescovile

per più di due secoli fino al recente trasferimento. L’eccezionale importanza del volume in esame risiede nel fatto che tra le sue antiche postille a penna si trova una notizia che potrebbe

spostare la data del ritrovamento del celebre gruppo scultoreo che raffigura il sacerdote troiano Laocoonte avvinto dai serpenti insieme ai suoi due figli, oggi custodito nei Musei Vaticani.. Nella

postilla che riguarda il Laocoonte si legge: « Laochoõ / tis statua /qua Divus / Iulius Pont. / Max. in pa / latio Vati: / cano loca / vit: reperta / est Ro: An / no Virginej / partus / .1506. / .iiii. Jdus / Januarij » (15) (tav. IX, fig. 1).

L’autore di questa breve nota dunque afferma con molta chiarezza che il Laocoonte, opera di Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi, sarebbe stato scoperto il 10 gennaio del 1506, anticipando così di quattro giorni quella che da cinque secoli è considerata la

data ufficiale del ritrovamento! Infatti il riferimento cronologico più

importante per la scoperta del Laocoonte era costituito finora dalla lettera senza data del fiorentino Filippo Casavecchia, che scrivendo da Roma nel gennaio del 1506 a Francesco di Pietro Vittori lo avvisava che « mercholedì, che fumo addì XIIII del presente, fu trovato in questa città in una vingnia de uno gentile homo Romano, chavando sotto terra circha a braccia 6, una mirabile statua di marmo », che « dicon questi uomini litterati questo esser Laocon Troiano sacierdote, il quale ne fa mentione Plinio » Arretrando la scoperta al 10 del mese, si passerebbe perciò dal mercoledì al precedente sabato, ma non è detto che il famoso sopralluogo congiunto di Michelangelo e Giuliano da Sangallo alla vigna di Felice de Fredis – ossia l’evento che segnò di fatto la rinascita del gruppo scultoreo – sia necessariamente da spostare a questa nuova data: dall’accorato racconto di Francesco da Sangallo (nipote di Giuliano) sappiamo che i due artisti trovarono la statua ancora in parte interrata, ma evidentemente già diverse altre persone erano scese nella « camera subterranea » della vigna di Felice, tanto che una vaga notizia del ritrovamento di « certe statue molto belle » era giunta fino al Papa, che a sua volta spedì sul posto il Sangallo con il compito di verificarne l’importanza (17). Con il riconoscimento dell’opera da parte dell’architetto toscano (« Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio »!) si può fare dunque iniziare la storia ufficiale della fortuna moderna del capolavoro dei tre scultori rodii, ma le tre statue potrebbero

essere riapparse alla vista già qualche giorno prima.

Che la data del rinvenimento non si potesse dire certa era chiaro anche ad Adriano Prandi, il quale a tale proposito nel 1954 scrisse che « il fatto avvenne nel gennaio del 1506: se fu, come si crede dai

più, il giorno 14 o invece il 13 e se cadde di mercoledì, come riferisce il Casaveteri che è il primo narratore dell’episodio, è questione del tutto secondaria ».È da notare come il clamoroso ritrovamento del Laocoonte abbia indotto anche altri possessori del testo di Plinio ad aggiungere una postilla al riguardo: significativa in tal senso è quella alla c. 460r del manoscritto Angelicano 1097 (19), sul quale un anonimo lettore della prima metà del XVI secolo, prendendo spunto dalla descrizione del gruppo statuario, scrisse: Laochoon, de quo hic Plinius, repertus fuit tempore divi Iulii II pontificis maximi terra obrutus. Insitus modo in aedibus vaticanis,

opus divinum et, ut ait Plinius, omnibus praeponendum (20) (tav. IX, fig. 2). Questa postilla però non fornisce alcun elemento utile per stabilire la data del rinvenimento del gruppo statuario.

Proporre oggi questa precisazione cronologica ci pare, dunque, cosa opportuna, anzi doverosa, tanto più che la notizia sembra degna di fede perché – per una volta – non proviene da un agente forestiero o da un viaggiatore di passaggio come i vari Filippo Casavecchia, Bonsignore Bonsignori, Cesare Trivulzio o Giovanni Sabadino degli Arienti, ma da un magistrato residente stabilmente a Roma insediato in cariche di grande prestigio, e per giunta in possesso di una vasta

cultura umanistica.

Grazie ad alcune note di possesso, abbiamo la certezza che l’incunabolo appartenne al principio del Cinquecento al giurista Angelo Recchia, nato nel 1486 a Barbarano piccolo centro del viterbese

che fu feudo del Comune di Roma –, e morto a Roma il giorno 8 aprile 1558. Infatti non a caso alla c. 181r ha disegnato a penna la sua arme gentilizia (una stella a otto punte che sormonta una lettera

“A” in maiuscola capitale) e l’ha accompagnata da una lunga nota: un autentico ex-libris, oggi quasi invisibile ma che comunque è stato possibile interpretare , che recitava: Angelus Rechius du(m) studeret Roma anno ab ortu Liberatori Millesimo Quingentesimo Nono. / Rechii Stemmatis Vetus Insigne . Dunque tutto induce a pensare che egli sia stato il primo possessore del libro, dato

che gli apparteneva già nel 1509, e non ha mancato di apporre altre volte il suo nome alle cc. 61v, 82v, 83r e 120v. La profonda cultura di Angelo è comprovata dalle brevi ma precise

postille che ha apposto sul suo libro, di cui si presume sia il solo responsabile per il tipo di inchiostro usato e per il ductus di scrittura riscontrato, che presuppongono molte altre letture ed interessi, come quella alla c. 64r, in cui cita un passo di Aristotele a proposito De mestruis mulierum (Plin. n.h. VII, 15), oppure quella alla c. 69v, in cui ha aggiunto a penna alcune lettere greche mancanti nel testo

a stampa, dove si tratta delle varie teorie e leggende sulla scoperta dell’alfabeto (Plin. n.h. VII, 56) oppure alla c. 32r (Plin. n.h. III, 5) quando, nel breve testo dedicato da Plinio agli Etruschi, sottolinea le citazioni dei tarquinienses e dei volscinienses, alludendo probabilmente

alle lontane origini della sua patria. Anche nelle altre postille, che presumibilmente sono di mano del giudice di Barbarano, spesso egli ha inserito emendazioni al testo o note di collazione, volte a segnalare lezioni o varianti diverse da quelle a testo, ricavandole verosimilmente

da altri manoscritti od altre edizioni dell’opera.

Angelo Recchia fu un personaggio di spicco della società romana della prima metà del XVI secolo, avendo ricoperto vari incarichi per conto delle magistrature capitoline ed anche della Camera Apostolica; il suo monumento funebre è murato all’interno dell’ingresso laterale destro della chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio, e comprende pure il suo busto-ritratto, il suo stemma gentilizio (quasi identico a quello che è disegnato a penna sul volume conservato a Segni) ed una iscrizione, già pubblicata da Vincenzo Forcella, che qui riportiamo: « D.O.M. / ANGELO RECHIE DE BARBARANO / V.I.D. QUI VIXIT ANNIS LXXII / OBIIT DIE VIII APRILIS / M.D.LVIII. EVANGELISTA / RECHIA DE BARBARANO V.I.D. / NEPOS EX FRATRE PATRUO / BENEMERITI POSUIT

Dunque il monumento non fu fatto realizzare in vita dallo stesso Angelo Recchia, ma fu commissionato per riconoscenza dal nipote Evangelista. Il nome di Evangelista Recchia non dovrebbe suonare del tutto nuovo agli studiosi del Cinquecento romano in quanto egli

ebbe un ruolo di primo piano nella vicenda giudiziaria che si concluse nel 1599 con la morte di Beatrice Cenci e la confisca da parte della Camera Apostolica dei beni della sua famiglia: Evangelista, infatti, il 20 novembre 1565 sposò Beatrice Arias, vedova di Cristoforo Cenci, divenendo così – in quanto patrigno e tutore dei suoi figli – l’amministratore del patrimonio familiare dei Cenci. A quanto pare, la sua amministrazione fu alquanto discutibile, tanto che Francesco Cenci (figlio ed erede di Cristoforo) più volte lo accusò di arricchirsi

intaccando il patrimonio della propria famiglia, il cui dissesto – unitamente alla scellerata condotta di vita di Francesco – portarono alle note e drammatiche vicende dell’omicidio di questo ultimo, ed alla successiva condanna dei suoi figli Giacomo, Lucrezia e Beatrice.

Evangelista nel frattempo era morto il 21 agosto 1595, dopo avere ricoperto importanti cariche come quella di « secondo collaterale del Campidoglio » (cioè uno dei due giudici del Tribunale Civile del Senatore) e quella di « riformatore » del Collegio universitario della Sapienza di Roma Alle stesse cariche – come vedremo – in passato era stato preposto pure lo zio Angelo, che sicuramente avviò il nipote agli studi giuridici.

Il busto-ritratto di Angelo Recchia, di impostazione classicheggiante ma un poco inespressivo, è stato realizzato diversi anni dopo la sua morte da un artista stilisticamente vicino ai modi dello scultore lombardo Giovan Battista della Porta (Porlezza, 1542 - Roma, 1597) che comunque ha saputo rendere la grande dignità umana e professionale del personaggio, ma ha travisato in parte il suo stemma gentilizio, poiché la lettera “A” della parte sottostante è stata ridotta ad una sorta di triangolo.

Agli scarni dati biografici su Angelo provenienti dall’epigrafe, possiamo aggiungerne molti altri reperiti nella documentazione del tempo e nella bibliografia relativa alla storia della città di Roma nel Rinascimento. Dopo avere condotto i suoi studi di legge a Pavia ed avere raggiunto la laurea utriusque iuris a Pisa il 27 agosto 1517, « in domo d.ni Leopardi in capp. S. Mariae Maioris » il 4 giugno 1519 è nominato dai Conservatori « giudice o Capitano delle appellationi » del Campidoglio (30). Il 20 settembre 1521 è incluso nella terna di dottori che i Conservatori presentarono al Papa per la carica di « primo collaterale del Campidoglio » affinché fossero

confermati ma evidentemente senza successo, dato che il 22 luglio 1522 fu proposto nuovamente ma per la carica di « secondo collaterale » per la quale i Conservatori ricevettero appena tre giorni

dopo una « patente » di conferma a suo favore da parte del cardinale Camerlengo, e poi il 20 settembre un’altra da parte del Collegio dei Cardinali Al 25 giugno 1523 risale invece la registrazione del breve papale di conferma della sua nomina a primo giudice collaterale del Campidoglio, che i Conservatori accettarono « debita cum reverentia ». È evidente

che Angelo poteva contare su importanti protettori all’interno della Curia Romana, la cui ingerenza nell’elezione dei magistrati era ormai tollerata e talvolta persino richiesta dall’amministrazione capitolina, ma era sgradita quando veniva attivata dallo stesso candidato senza rispettare le procedure, come – a quanto pare – fece Angelo in questo caso, cosicché il 2 settembre dello stesso anno i Conservatori richiesero la conferma papale per un altro candidato, normalmente eletto per bussolam, mentre il Recchia rimase per il momento secondo collaterale.

Nel 1527 probabilmente assistette al rovinoso Sacco della città da parte delle truppe di Carlo V, mentre il 21 maggio dell’anno successivo in qualità di « primo collaterale » presiedette ad una sentenza a favore di Giovanni Battista de Cornu, fratellastro di Giulio Romano. Interessante è la parte introduttiva o dispositio del documento, dove si legge che coram nobili et sapienti viro domino Angelo Recchia de Barbarano iudice doctore et iudice palatino et primo collaterale Curiae

Capitolii Almae Urbis, sedente pro tribunali in quondam pilo marmo(reo existente in ecclesiam Aracoeli, quem locum ad huc actum pro suo iuridice et tribunali loco eligit et deputavit .

Tra il 1531 ed il 1535 Angelo frequentò con una certa assiduità il nobile romano Marcello Alberini (Roma, 1511 - 16 febbraio 1580), soccorrendolo spesso dal punto di vista finanziario, tanto che questi nel suo celebre Libro delli ricordi et spese lo menziona più volte con

parole di elogio ed amicizia, ricordandolo in qualità di « loco tenete del signor senatore » (38) e definendolo « mio advocato e difensore, et posso dire più che un patre ».

Il 23 settembre 1545 è documentato presso Terni in qualità di « Commissario alle Marmore », ossia di sovrintendente alle cascate ed ai corsi d’acqua del luogo, dove si trovava anche « mastro Antonio

Sangallo architetto di Sua Santità sopra le Marmore » per effettuare uno « scavo », ossia per ridefinire il taglio del lago del Velino con la cascata delle Marmore (40). Alla luce di queste notizie, è significa-tivo che sulla copia del trattato di Plinio appartenuta ad Angelo siano particolarmente annotate le cc. 31v-32 che riguardano le caratteristiche dei fiumi della penisola italiana (Plin. n.h. III, 5), quasi a testimoniare una qualche sua competenza nelle opere idrauliche. Si

noti inoltre che l’architetto Antonio da Sangallo (Firenze, 12 aprile 1484 - Terni, 3 agosto 1546) era il nipote di Giuliano, l’artista che riconobbe il Laocoonte, presso il quale visse a Roma dal 1503, e quindi pure a stretto contatto con il cugino Francesco, cosicché non è peregrino che egli serbasse un vivido ricordo delle circostanze della scoperta del Laocoonte, e che le riferisse ad Angelo Recchia durante la loro permanenza a Terni. Nel 1550 Angelo Recchia è invece documentato a Spoleto, come luogotenente del governatore Baldovino del Monte, fratello di papa

Giulio III. Il 3 novembre 1553 gli venne finalmente conferita in Campidoglio la cittadinanza romana, e nel 1557 gli fu assegnato l’importante incarico di « riformatore della Sapienza », che secondo gli statuti poteva essere conferito dalle magistrature capitoline soltanto ad un cittadino

romano, esclusivamente laico. I riformatori, eletti in numero di due o tre, avevano il compito di coadiuvare il rettore dell’università, soprattutto nell’amministrazione dell’istituto, nonché nella scelta dei docenti e nella contrattazione con questi. Probabilmente il Recchia all’epoca risiedeva nei pressi della Sapienza, visto che il suo monumento funerario è nella vicina chiesa di Sant’Agostino, anche se i registri parrocchiali non permettono di appurarne la sepoltura perché

non risalgono al 1558, anno della morte.

Alla luce dei dati sopra riportati – frutto di una ricerca certamente non esaustiva, ma che danno ugualmente l’idea delle potenziali conoscenze che il nostro giurista poteva vantare a Roma, e dei grandi avvenimenti storici a cui assistette nell’arco della sua esistenza – appare evidente come egli fosse in un’ottima posizione per avere delle relazioni con qualcuno dei testimoni oculari della scoperta del gruppo del Laocoonte, se non persino con lo stesso Felice de Fredis, il

quale – come è noto – dal 1509 fu il camerario della Camera Urbis, e quindi in diretto contatto con le più alte magistrature capitoline da cui sarebbe dipeso, solo qualche anno dopo, il giudice di Barbarano. Inoltre si tenga presente che la vigna di Felice dove fu rinvenuto il celebre gruppo scultoreo era confinante con quella di Teodoro Gualderoni, un notaio che era sicuramente « bene incardinato nell’amministrazione capitolina » in quanto procuratore e decano della Corte del

Campidoglio nonché censore a vita del Popolo Romano. L’interesse dei Conservatori e delle altre magistrature capitoline per i marmi trovati da Felice de Fredis fu precocissimo, come testimonia

la lettera di Bonsignore Bonsignori (spedita il 24 gennaio 1506), dalla quale si intuisce pure il loro proposito – in competizione con lo stesso pontefice – di traslare il gruppo scultoreo in Campidoglio insieme alle altre antichità ivi presenti (vi si legge infatti « ora li romani la vorrebbono in Campitolio et il papa anche la volle »; tale proposito fu ben presto frustato dall’acquisto del gruppo scultoreo da parte di Giulio II, ma possiamo immaginare che le circostanze esatte

del rinvenimento non siano state ignote a chi – anche se soltanto per pochi giorni – accarezzò l’idea di impossessarsi dell’eccezionale reperto. Nell’atmosfera eccitata che investì tutta la città ed in particolare l’ambiente erudito romano, dopo la straordinaria scoperta, Angelo Recchia con ogni probabilità ebbe modo di parlare direttamente con i protagonisti di quei febbrili giorni, così come ebbe di certo la possibilità di farlo in seguito, recandosi quotidianamente in Campidoglio,

ottenendo perciò da loro informazioni di prima mano.

Inoltre, trovandosi verosimilmente a Roma al momento della scoperta, egli sarà andato pure in pellegrinaggio con « tutta Roma » nella camera da letto di Felice de Fredis (46) (e dopo al Belvedere in Vatica no) per osservare di persona il Laocoonte, e nonostante il suo aspetto

ancora frammentario (documentato ad esempio dalla nota incisione di Marco Dente da Ravenna) (tav. XI, fig. 2) ne ricevette una fortissima impressione, tale da giustificare una duplice annotazione sulla opera di Plinio in suo possesso. In effetti, mentre tutte le altre postille sono state vergate direttamente su una pagina del volume, nel margine sinistro della c. 290v Angelo Recchia ha incollato un piccolo rettangolo di carta recante la preziosa indicazione della data del rinvenimento

e la notizia del suo trasferimento da parte del divus Giulio II nei giardini del Vaticano, forse occultando una precedente (o errata, oppure pasticciata) postilla a penna realizzata direttamente sulla pagina, che purtroppo non è più possibile recuperare. Anche l’aggettivo divus

unito al nome del pontefice merita una particolare attenzione: dato che Angelo non ha scritto Chiarae Memoriae o Beatae Memoriae, né ha utilizzato un’altra analoga espressione, è possibile che la postilla di cui discutiamo sia stata apposta durante il pontificato di questo papa, ossia entro il 1513, e ciò giustificherebbe anche l’epiteto con cui viene ricordato il personaggio, che nel pieno della fama era esaltato per le sue gesta militari come un novello Giulio Cesare (ossia il Divus Julius

per antonomasia), in linea quindi con la letteratura encomiastica e cesaropapista del tempo. In effetti, se l’opera fosse stata esposta in un luogo con una forte connotazione simbolica come il Campidoglio, avrebbe potuto costituire un ingombrante cimelio della Roma pagana, mentre il pontefice poteva legittimamente esibirlo insieme ad altre antiche spolia, rivendicando per se stesso delle prerogative augustee, dato che l’opera si trovava in passato «in Titi imperatoris domo».

Un ultimo dettaglio riconduce ancora una volta il discorso nell’ambientedelle magistrature capitoline, di cui Angelo faceva parte: si tratta della lapide posta nel 1529 nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli per ricordare la memoria di Felice de Fredis e di suo figlio Federico, che

reca al centro la celebre iscrizione in cui il primo viene esaltato per il suo eccezionale ritrovamento. Come hanno chiarito Rita Volpe e AntonellaParisi, Felice morì alla fine di febbraio dell’anno 1519 ed il suo (cadavere fu sepolto nella chiesa di Santa Maria in via Lata, da cui fu traslato dieci anni dopo, alla morte del figlio Federico, per una più prestigiosa collocazione sull’arce capitolina ad istanza della famiglia Branca e della famiglia de Militibus, alle quali Felice era imparentato avendo

sposato Girolama Branca ed avendo dato in moglie sua figlia Giulia a Giacomo de Militibus (o de’ Cavalieri), alla cui famiglia – che aveva le proprie sepolture in quella chiesa – andò l’eredità di Felice. Per mezzo di questa nuova sistemazione, nei pressi dell’antico centro politico e civile dell’Urbe, la lapide può considerarsi quasi una glorificazione laica, seppure postuma, dello scopritore (nell’iscrizione manca sorprendentemente qualsiasi riferimento alla religione cristiana),

e persino una sorta di surrogato della mancata collocazione sul Campidoglio del gruppo scultoreo, vagheggiata anni prima dai magistrati capitolini, il cui speciale legame con la chiesa è noto: basti

pensare ad esempio al giudice Angelo Recchia, che come abbiamo visto era solito amministrare la giustizia seduto su un « pilo marmoreo » della chiesa, oppure al fatto che nel 1527 l’assemblea del popolo romano in cui si dovevano decidere le misure per fronteggiare l’imminente

attacco alla città si tenne al suo interno. L’edificio era dunque frequentato non meno come un luogo pubblico che per motivi religiosi. Dunque è plausibile che le famiglie Branca e Cavalieri, dalle

quali uscirono numerosi esponenti del governo comunale, dopo le precoci morti di Felice de Fredis e suo figlio Federico (in un certo senso, prefigurate dalla drammatica morte del sacerdote troiano con la sua prole) vollero perpetuare il nome ed i meriti di Felice in uno

dei luoghi simbolici della romanità.

Il nostro scritto si chiude sul nome di Felice de Fredis, entrato definitivamente a fare parte delle glorie della Città Eterna, poiché la sua persona – guarda il caso – ci riconduce ad alcune località del territorio della diocesi di Segni di cui l’archivio “Innocenzo III” costituisce la memoria: infatti, il padre dello scopritore del Laocoonte era nato a Valmontone, e lo stesso Felice possedeva dei beni fondiari a Colleferro. Possiamo supporre che, attraverso parenti e conoscenti, la notizia del ritrovamento del Laocoonte abbia raggiunto rapidamente la diocesi segnina, agganciando una volta di più il centro con la periferia dello Stato pontificio, senza peraltro immaginare che, per

l’imponderabilità delle vicende umane, proprio qui sarebbe stata rintracciata dopo cinquecento anni la sorprendente nota di un testimone di quei fatti. Angelo Recchia redasse la sua preziosa postilla alla Naturalis historia: « non per far proprio il libro, come succede ai nostri giorni con la copia personale di un volume, contrapposta a quella appartenente ad una biblioteca, ma per fissare parole e idee, a vantaggio proprio e dei successivi lettori » (52), e quindi anche nostro.

Luca Calenne - Alfredo Serangeli

Il documento completo di riferimenti storici si può trovare studi romani RIVISTA TRIMESTRALE DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI ROMANI ONLUS del Anno LXI - NN. 1-4 Gennaio-Dicembre 2013

ELENCO IMMAGINI

1 Monumento funebre di Angelo Recchia Roma, Basilica di S. Agostino

Foto © Archivio Storico “Innocenzo III” di Segni

2 Postilla di Angelo Recchia PLINIO, Naturalis Historia, c. 290v Archivio Storico “Innocenzo III” di Segni Foto © Archivio Storico “Innocenzo III” di Segni

3 AGESANDRO, ATANADORO E POLIDORO DI RODI (I sec. a.C.)

Laocoonte, 40-20 a.C Marmo bianco Musei Vaticani Foto FMR-Giovanni Ricci Novara © Musei Vaticani

4 AGESANDRO, ATANADORO E POLIDORO DI RODI (I sec. a.C.)

Laocoonte, 40-20 a.C (particolare) Marmo bianco Musei Vaticani

Foto FMR-Giovanni Ricci Novara © Musei Vaticani

5 AGESANDRO, ATANADORO E POLIDORO DI RODI (I sec. a.C.)

Laocoonte, 40-20 a.C (particolare: testa di Laocoonte) Marmo bianco

Musei Vaticani Foto FMR-Giovanni Ricci Novara © Musei Vaticani

6 AGESANDRO, ATANADORO E POLIDORO DI RODI (I sec. a.C.)

Laocoonte, 40-20 a.C (particolare: figlio minore)

Marmo bianco Musei Vaticani Foto FMR-Giovanni Ricci Novara © Musei Vaticani

7 AGESANDRO, ATANADORO E POLIDORO DI RODI (I sec. a.C.) Laocoonte, 40-20 a.C

(particolare: figlio maggiore) Marmo bianco Musei Vaticani Foto FMR-Giovanni Ricci Novara © Musei Vaticani

I PARTECIPANTI AL CONVEGNO

Giancarlo Flavi (foto e servizio)

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