Teatro a Roma, Arte al massimo livello con la Hedda Gabler a Stanze Segrete

Una serata davvero meravigliosa, nel delizioso piccolo-grande teatro Stanze Segrete, nel cuore di Trastevere, con una magnifica edizione della Hedda Gabler, di Ibsen, diretta ed interpretata dalla bravissima Alessia Tona e dagli splendidi ed...

Una serata davvero meravigliosa, nel delizioso piccolo-grande teatro Stanze Segrete, nel cuore di Trastevere, con una magnifica edizione della Hedda Gabler, di Ibsen, diretta ed interpretata dalla bravissima Alessia Tona e dagli splendidi ed affiatati attori Antonio Bandiera, Maurizio Canforini, Marco Masiello, Giulia Pelliciari, Valentina Rosaroni, Daniele Vancheri, con Gabriele Ripa al pianoforte e Matteo Lilli alla Mua. Ho trovato davvero geniale l'adattamento ideato e realizzato da Alessia di questo non facile Ibsen; nel dramma convivono infatti "incubo" e "realtà": nella prima parte prevalgono gli "incubi" di Hedda nei rapporti con tutti i protagonisti dalla vicenda, ovvero un marito che non stima e non ama, ma che si è trovata a sposare, un collega del marito, che invece Hedda stima e che avrebbe voluto sposare, un giudice tanto invadente quanto infido, e altre amiche e parenti, che certamente non rendono semplice, agevole e piacevole la quotidianità di Hedda; insomma, dei "mostri", bene evidenziati anche da una recitazione volutamente sopra le righe, e molto lontana da qualunque forma di "umanità"; nella seconda parte, sembra prevalere la "realtà" della vita, con vicende e prospettive abbastanza incoraggianti ed accettabili, e quindi anche la recitazione assume toni e accenti abbastanza "umani", mentre la terza parte, l'epilogo, fa drammaticamente precipitare i delicati equilibri apparentemente raggiunti, con il suicidio finale di Hedda, che pone fine a tutto: niente più incubi, niente più vita e realtà, ma soltanto la morte, ovvero il "nulla" , unica soluzione per porre fine a tutte le inquietudini e a tutte le sofferenze! In termini più espliciti si può raccontare che Hedda, figlia del generale Gabler, sposa per motivi puramente economici Jørgen Tesman, un uomo insipido la cui massima ambizione è una cattedra universitaria; al ritorno dal viaggio di nozze, Ejlert Løvborg, storico rivale di Jørgen, irrompe nelle loro vite dichiarando di aver finalmente scritto un' opera che gli permetterà di diventare professore all`università, e vincere, davanti all’opinione pubblica, Tesman. In una serata di baldorie, ubriaco, Løvborg smarrisce il manoscritto, che viene ritrovato dal marito di Hedda; quest`ultima, che vuole a tutti costi tenere in pugno la vita di Løvborg, lo incoraggia in modo subdolo a porre fine ai suoi giorni, donandogli una delle sue pistole. I tentativi dello scrittore di ricostruire il contenuto dell’opera sono vani, e Løvborg muore in casa di una prostituta, probabilmente per un incidente e non per suicidio. Il giudice Brack riconosciuta l’ arma , ricatta Hedda minacciandola di divulgare la notizia, se non accetterà le sue avances. Per evitare lo scandalo e non subire il ricatto del giudice, Hedda sceglierà di suicidarsi. A questo punto mi sembra giusto ed opportuno dare anche voce e spazio alle esplicative note di regia predisposte da Alessia Tona: questa Hedda Gabler cambia la sua prospettiva uscendo dai dettami del testo di Ibsen, non ci appare come algida e calcolatrice, ma viene posta al centro di un vero massacro psicologico; sono infatti snaturati e distorti i personaggi che la circondano nella sua nuova casa da sposina infelice; tutti si presentano di fronte a lei come anime mostruose dedite al proprio tornaconto. È forse questo il potere del personaggio? Vedere con occhi reali l’essenza delle bestie umane? Il punto di vista viene ribaltato in funzione del sentimento provato da Hedda. Non è più lei a manovrare, nella prima parte, ma viene gestita dalle personalità ambigue che la circondano. Soggetta a continue forme di monotono perfezionismo e pudore, è costretta a scacciare, da lei stessa, la voglia di vivere, cadendo vittima dei suoi pensieri. Solo con l’arrivo di Lovborg, riuscirà a far riaffiorare il suo animo passionale e calcolatore che la distingueva, ma sempre in lotta continua con il suo essere vile nei confronti della vita. Tutto sembra ribaltarsi fino a che il gioco da lei ideato non le si ritorce contro portandola a compiere un gesto estremo. Hedda racconta di una donna forte in cerca d’attenzione, forse depressa, forse annoiata, che desidera sporcarsi delle sfumature della vita, ma ne viene allontanata . Questi mostri, questi altri, matrici di solitudini personali, ci aiutano poco nella sopravvivenza quotidiana, e ci sotterrano l’anima. Per leggerezza Hedda compie scelte sbagliate, non vuole essere madre, né moglie, ma solo viva. E nella crescita di questo desiderio compie una auto sepoltura in un cimitero casalingo da lei stessa voluto, per sua scelta. Cari Amici lettori, non aggiungo altro e concludo : uno spettacolo stupendo, al quale auguro una lunga serie di repliche a Roma, nel Lazio e in tutta Italia . Franco Vivona

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