Roma Exit, investimenti e produttività urbana Intervista al sociologo Luigi Gentili, segretario di Economy Dem

La serietà di una politica economica si vede dalla coerenza. Quando questa manca, l'obiettivo non è lo sviluppo ma l'accompagnamento felice verso la decrescita. Sono queste le parole di Luigi Gentili, il sociologo segretario di Economy Dem, il...

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La serietà di una politica economica si vede dalla coerenza. Quando questa manca, l'obiettivo non è lo sviluppo ma l'accompagnamento felice verso la decrescita. Sono queste le parole di Luigi Gentili, il sociologo segretario di Economy Dem, il circolo tematico di economia della Federazione del PD Roma.

Gentili, qual'è secondo lei il "male" principale dell'economia romana?

Il male principale è la mancanza di una politica organica, capace di agire sui nodi "vitali" dell'economia. Si agisce quasi sempre su singole iniziative, slegate tra di loro, rincorrendo le emergenze. Non esiste un piano strategico per la città. Questo impedisce qualsiasi effetto leva, per cui ogni intervento non produce spinte espansive nel tessuto produttivo, ma finisce per dissolversi all'interno di poche organizzazioni o al massimo in un sito territoriale limitato. In questo modo non potrà mai esserci un cambiamento radicale. Lei spesso parla di populismo economico, di cosa si tratta? E' la variante economica del populismo politico. Significa promettere e dare l'impressione che l'economia, attraverso determinati interventi, migliorerà. Nella realtà però tutto resta inalterato. Anzi, peggiorerà. In economia non esiste equilibrio stabile: o si cresce o si decresce. Da questo punto di vista il populismo economico è una forma negativa di egemonia gramsciana. E' una giustificazione ideologica verso un sistema economico mal funzionante. Vengono intrapresi azioni e progetti che nella realtà non avranno mai alcun effetto positivo.

Si riferisce al protocollo "Fabbrica Roma" dell'amministrazione capitolina?

Non si può giudicare un piano di economia - se può essere definito tale - senza averlo visionato nel dettaglio. Dalle parole apparse sui giornali sembra un giro di boa per l'amministrazione comunale. Come se Karl Marx si alzasse la mattina e dicesse che sono i lavoratori a sfruttare i capitalisti, e non viceversa. Certo esistono sempre le folgorazioni sulla via di Damasco. Staremo a vedere. Il fatto però di adottare fino ad oggi una politica di decrescita e poi, di punto in bianco, affermare di essere a favore della crescita non ispira fiducia. Finora la politica economica, o maglio, la mancanza di essa, ha represso l'innovazione tecnologica e organizzativa, ha ostacolato gli investimenti nelle infrastrutture, ha complicato la normativa vigente e ha permesso alle tasse di crescere. Ricordiamolo.

Cosa pensa di Roma Exit, ovvero della fuga delle grandi aziende dalla città. La lista sembra allungarsi di giorno in giorno: ora si parla anche di Mediaset e della Esso?

Roma Exit indica che la decrescita ha raggiunto il punto di accelerazione. E' l'atto conclamato che Roma sta accelerando l'uscita dai circuiti internazionali della competitività. In un momento in cui, al livello europeo e mondiale, le città più competitive attraggono i grandi player, Roma li perde. Contemporaneamente si abbassa il livello di qualità dei prodotti e dei servizi erogati dalle aziende. Anche il lavoro si dequalifica e aumenta la precarietà. Non parliamo poi dei giovani: a Roma esistono più di centomila Neet, i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si professionalizzano.

A Roma anche le tasse sono alte.

Si, sono tra le più alte d'Italia. Negli ultimi due anni sono aumentate addirittura del 150%. Le tasche dei cittadini romani sono "assediate", con l'addizionale Irperf, ad esempio, o la tariffa sui rifiuti altissime. Ogni abitante della capitale paga 3.042 euro l'anno di tasse. E' per questo motivo che con il circolo Economy Dem stiamo studiando delle proposte per ridurle.

Il governatore del Lazio Zingaretti stanzia 2,6 miliardi per arginare la fuga delle aziende dalla capitale. Saranno utili?

Indubbiamente si, visto che Roma è una città senza capitali. Sono soldi che andranno in diversi settori, dall'edilizia sanitaria alle grandi infrastrutture, alla reindustrializzazione del territorio. Il problema però è vedere come andranno spesi. Visto che attualmente non esiste un piano industriale per la città, c'è il rischio che questi soldi si disperdano all'interno di un tessuto economico disarticolato e frammentato, senza mettere in moto quel "moltiplicatore keynesiano" di cui molti si auspicano l'attivazione.

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