Roma, Gentili: il monocameralismo in Italia esiste già. Il referendum visto dal sociologo

A poco più di un mese dal referendum elettorale, lo scontro tra i fronti del Sì e del No sembra sempre più acceso. L'ultimo sondaggio settimanale condotto da Ixè per Agorà (Rai 3) vede il Sì risalire e superare il No, ma il distacco è solo di un...

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A poco più di un mese dal referendum elettorale, lo scontro tra i fronti del Sì e del No sembra sempre più acceso. L'ultimo sondaggio settimanale condotto da Ixè per Agorà (Rai 3) vede il Sì risalire e superare il No, ma il distacco è solo di un punto (i sostenitori delle riforme al 38, i contrari al 39). Sembra anche che l'affluenza al voto aumenta e gli indecisi sono ancora al 23 per cento. Chiediamo al sociologo Luigi Gentili del PD, esperto di politica e di economia, se il dibattito sul referendum si stabilizzerà o se nei prossimi giorni accentuerà i toni.

Gentili, a che livello si trova la febbre politica che accompagna la disputa sul referendum costituzionale?

Direi che la febbre è alta, e che nei prossimi giorni aumenterà. Ciò che caratterizza i sintomi di questa febbre è però il tono retorico della polemica anti-referendaria. Ormai è chiaro che il fronte del No ha smesso di attaccare i contenuti della riforma, puntando prevalentemente su un'inflessione emotiva antisistema, come l'avvento dell'autoritarismo o il caos istituzionale. Se avviene ciò, è chiaro che il nemico non è più la riforma ma chi la propone: il Presidente del consiglio. Occorre quindi una comunicazione chiara e diffusa sul territorio, avvicinando la società civile e spiegando le ragioni vere del cambiamento.

E' vero, come affermano alcuni cattedratici di prestigio, che passando dal bicameralismo parlamentare al monocameralismo avviene una svolta autoritaria?

E' una vera assurdità, in Europa esistono molti Paesi, pensiamo ad esempio alla Svezia, alla Danimarca o alla Finlandia, cha hanno un Parlamento monocamerale e sono tra i più democratici al mondo. Poi diciamolo francamente, in Italia il monocameralismo è come se già esistesse. Abbiamo un bicameralismo paritario con due camere che fanno le stesse cose. Nei fatti è un monocameralismo bicamerale. L'unico in Europa. Questo sistema allunga i tempi di decisione e non permette al governo di funzionare. Il risultato è un'instabilità cronica che non consente di seguire una linea politica coerente nel tempo. Dal 1945 in Italia abbiamo avuto 63 governi, quasi uno ogni anno, mentre la Gran Bretagna ne hanno avuti 14 e la Germania 22. Questi due Paesi a differenza dell'Italia hanno realizzato importanti riforme strutturali.

Cosa cambierebbe al nostro Parlamento se viene approvata la riforma?

Rimane solo la Camera dei deputati che da la fiducia al governo. Quest'ultimo sarebbe quindi legato alla maggioranza politica che lo sostiene e non cadrebbe vittima di inciuci o di ricatti trasformistici e paralizzanti. Il Senato poi cederebbe il suo posto ad una Camera delle autonomie locali. In pratica i senatori attuali verrebbero tolti e al loro posto entrerebbero i consiglieri regionali, scelti secondo le indicazioni degli elettori, più qualche sindaco di grandi città. Questa è una riforma importante perché per la prima volta in Italia i bisogni e le esigenze dei territori entrano in parlamento e vengono presi in considerazione grazie alla presenza di rappresentanti locali. A ciò si aggiunge una ridefinizione delle competenze tra Stato e regioni, oggi conflittuale con sovrapposizioni e contraddizioni enormi. Grazie alla rivisitazione del titolo v, sparirebbero dalla costituzione anche le provincie, lasciando spazio aperto alle sole città metropolitane che rappresentano il nostro avvenire.

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Non c'è quindi il rischio che con una sola Camera si rafforzi eccessivamente il potere del governo?

Come ci spiegano molti classici del pensiero politico del settecento, epoca importante per lo sviluppo del pluralismo, la democrazia è garantita dalla divisione dei poteri tra organi diversi, non dalla divisione inutile degli stessi rappresentanti dentro un singolo organo istituzionale. Accanto alla Camera dei deputati, tutti i poteri dello Stato che bilanciano il parlamento restano tali e quali: il Presidente della repubblica, la Corte Costituzionale, la magistratura, le autority e via dicendo. Sono queste istituzioni che garantiscono la democrazia, non le ridondanze burocratiche dentro un Parlamento che si inceppa. Da un punto di vista economico che benefici porterebbe la riforma costituzionale? L'economia funziona se funzionano bene la politica e le istituzioni. La riforma migliorerebbe la competitività del nostro Paese e ci renderebbe più autorevoli sul fronte europeo e internazionale. La stabilità politica e l'efficienza legislativa intaccano quella l'irresponsabilità politica che hanno provocato l'aumento della spesa e del debito pubblico. Poi c'è l'abbattimento degli sprechi attraverso la riduzione di molti costi, stipendi e indennità e la soppressione degli enti inutili. Denaro che può essere reinvestito nel sistema produttivo e nei servizi sociali. Una stima? Secondo la Ragioneria di Stato la riforma porta un risparmio immediato di circa 490 milioni di euro l'anno, e secondo l'Ocse è possibile arrivare fino allo 0,6 per cento del Pil in più. Una sorta di moltiplicatore keynesiano che in un periodo di stasi economica come la nostra è può dare un forte contributo alla crescita.

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