Roma, il populismo e le contraddizioni del Post Referendum

di Luigi Gentili Il No al referendum sembra non scuotere le Borse e lo spread, ma la necessità di approvare le riforme rimane. L'impegno dell'esecutivo dimissionario di portare avanti la legge di Bilancio è più che apprezzabile, sopratutto in...

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di Luigi Gentili

Il No al referendum sembra non scuotere le Borse e lo spread, ma la necessità di approvare le riforme rimane. L'impegno dell'esecutivo dimissionario di portare avanti la legge di Bilancio è più che apprezzabile, sopratutto in un clima di irresponsabilità politica diffusa.

Con il referendum è emerso un fronte politico per il No bizzarro e caotico, che non gode di alcuna progettualità condivisa. Questo fronte già mostra l'inconcludenza di una battaglia illusoria, che ha trasformato un referendum popolare in un un'elezione politica volta unicamente a sfiduciare il governo. Niente contenuti programmatici ma attacco fine a se stesso, di stampo opportunistico. Lo dimostra l'incoerenza politica di molti partiti del No sulla legge elettorale.

Il M5S vuole rilanciare l'Italicum, estendendolo al Senato. Fino a ieri, però, definiva questo sistema peggiore della legge fascista Acerbo e l'estate scorsa, ricordiamolo, ha presentato alla Camera una proposta di legge proporzionale. E' chiaro che lo scopo è di andare subito alle elezioni con un sistema elettorale, come l'Italicum, in questo momento funzionale all'esigenza immediata di andare a Palazzo Chigi. Anche la Lega vorrebbe andare subito alle elezioni, preferibilmente con una legge che preveda i collegi uninominali, ossia una specie di nuovo Mattarellum. Eppure, a cancellare il Mattarellum fu proprio il Porcellum, la legge a firma del leghista Calderoli. Forza Italia, poi, rilancia il sistema proporzionale, sia pure rafforzato da soglie di sbarramento e da un piccolo premio di maggioranza. Eppure Berlusconi, fautore del bipolarismo, si è imposto dal 1994 con il sistema maggioritario.

E' chiaro che tali ripensamenti confermano l'impostazione populista tipica di un'ampia fascia del fronte politico italiano. Il populismo, inteso come ricerca del consenso attraverso la strumentalizzazione delle "emozioni collettive", senza proporre programmi seri, si presta a cambiamenti repentini nelle scelte effettuate. Inoltre, nel nostro Paese, il populismo sembra diffondersi in diverse forme. Forse per la diversificazione congiunta dei partiti in lizza. Oggi ci sono, ad esempio, due tipi di populismo: quello contestatario e quello complottista. Il primo si basa sullo slogan: "Facciamo saltare tutto e subito, così ci liberiamo dei politici e dei problemi"; il secondo invece utilizza lo slogan: "Siamo vittime di un complotto e di una manipolazione, ritorniamo alla politica vera". Il populismo è una semplificazione artificiale della realtà, ma le sue radici sono concrete.

Se analizziamo li voto referendario al livello territoriale, viene confermato un trend che già è emerso con la Brexit e con l'elezione di Trump. I voti "contestatari" provengono in maggior misura dal Sud e dalle periferie. E' la marginalità sociale ed economica che sembra alimentare il dissenso in ascesa. Colpisce il fatto che è nel Sud, dal Lazio alla Sicilia, dove si riscontra la più alta percentuale di No, il 67,4%, contro il 57,3% del Nord. E' nelle regioni più depresse del Paese che la percentuale del No ha trionfato, con picchi in Sardegna (72,2%) e Sicilia (71,6%). L'importanza del fattore marginalità si evidenzia anche nelle grandi città, quelle che hanno più di 100.000 abitanti e nei capoluoghi. Qui il Si è superiore, rispetto ai piccoli centri e ai comuni non capoluoghi, sopratutto nel Nord. Il caso di Milano, dove ha vinto il Si, fa capire bene la dinamica del fenomeno. In questa città il Si ha vinto sopratutto nei quartieri centrali e più agiati, mentre ha perso nelle periferie. Anche a Roma e a Torino si evidenzia lo stesso caso.

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Tutto ciò spinge a una considerazione di ordine politico. La responsabilità sociale e la crescita economica sono prioritari, insieme alla capacità di continuare la strada delle riforme. Il populismo non conduce da nessuna parte. Occorre continuare a sostenere la pratica riformista, per seguire gli ideali del progresso e dell'impegno istituzionale. In Italia ora c'è solo un dato certo: il PD è e rimane il partito maggioritario. Per questo motivo occorre ripartire dal 40%: 13 milioni di voti sono tanti.

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