Roma, Le promesse di Renzi e il Fiscal Compact dura lex sed lex- la legge deve essere comunque osservata

Questo motto latino si riferisce all’ introduzione delle leggi scritte nell’ antica Roma. Fino ad allora infatti le norme venivano tramandate per via orale e quindi si prestavano molto alla modifica da parte dei giudici i quali, rifacendosi a...

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Questo motto latino si riferisce all’ introduzione delle leggi scritte nell’ antica Roma. Fino ad allora infatti le norme venivano tramandate per via orale e quindi si prestavano molto alla modifica da parte dei giudici i quali, rifacendosi a tradizioni orali, potevano arbitrariamente alterarne i contenuti ed il significato.

Il Presidente del Consiglio, pochi giorni or sono, ha promesso 45 miliardi di sgravi fiscali annunciando una rivoluzione copernichiana del fisco: "Tra il 2016 e il 2018 ci sarà una riduzione delle tasse senza precedenti. Se faremo le riforme nel 2016 elimineremo noi, perché gli altri hanno fatto la finta, la tassa sulla prima casa, l'Imu agricola e sugli imbullonati". Il Pd, promette, non sarà più il partito delle tasse. "Nel 2017 ci sarà un intervento Ires e Irap e nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef e sulle pensioni".

La legge, come e' scritto nelle aule dei nostri tribunali, è uguale per tutti e pertanto deve essere osservata dall’intera collettività, anche in tema fiscale.

Mi riferisco, in particolare, al Fiscal Compact, ossia Il Patto di Bilancio Europeo: esso è un accordo approvato con un Trattato Internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 28 stati membri dell' Unione europea (non è stato infatti firmato dal Regno Unito, dalla Repubblica Ceca e dalla Croazia) ed è entrato in vigore il 1° gennaio 2013. Il Patto contiene le seguenti quattro regole, chiamate "regole d'oro", che sono vincolanti nell'UE per il principio dell'equilibrio di bilancio:

  • l> inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale»: in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012;
  • il> vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
  • >obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht: complessivamente, nel 2014, il rapporto tra indebitamento netto e Pil, sulla base dei dati ISTAT, è stato pari al 3,0%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a quello del 2013;
  • > peri Paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60%. In Italia, con il debito pubblico che viaggia sull’ordine dei 2.200 miliardi di euro, siamo intorno al 136% del PIL.

Il pareggio di bilancio sarebbe dovuto entrare in vigore dal 1° gennaio 2015. Un principio, quello della parità di entrate e uscite nelle casse dello Stato, necessario per consentire di mantenere sempre "i conti in ordine", come reclamato a gran voce l'Unione Europea. Già dal 2012 l’impegno di un bilancio in equilibrio è stato anche sancito nella nostra Costituzione. Il 18 aprile 2012, infatti, il Senato ha approvato, in seconda lettura, il ddl costituzionale di riforma dell'art. 81, che ha introdotto il pareggio di bilancio: il nuovo articolo 81 della Costituzione italiana recita <<Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.....>> Ma anche l’applicazione di una norma di rango costituzionale (il massimo livello del nostro ordinamento giuridico !) trova difficoltà di applicazione visto che anno dopo anno si continua a rinviare l'entrata in vigore del pareggio di bilancio, dal 2015 al 2016 e adesso al 2017. L'Unione Europea ha comunque storto il naso ed ha imposto all’Italia di introdurre nella Legge di Stabilità 2015 le c.d. “clausole di salvaguardia” , ovvero una specie di ciambella di salvataggio imposta da Bruxelles per blindare gli impegni di Bilancio presi dell’Italia per arrivare al “Pareggio di Bilancio” entro il 2017. Se i conti italiani non raggiungeranno gli obiettivi prefissati con Bruxelles, scatterà la clausola di salvaguardia che prevede l’aumento automatico dell’Iva. Infatti l’articolo 45 (ulteriori misure di copertura) prevede, in caso di necessità, un aumento dell’aliquota Iva agevolata del 10% di 2 punti percentuali nel 2016 e poi di un altro punto nel 2017, arrivando così al 13%. Mentre l’attuale aliquota ordinaria del 22% salirebbe al 24% nel 2016, al 25% nel 2017 e al 25,5% nel 2018. La scalata delle aliquote IVA in Italia è così riassunta: ALIQUOTA ORDINARIA:

20% fino al 16/09/2011
21% fino al 17/09/2011
22% dal 01/10/2013: aliquota oggi in vigore 24% dal 01/01/2016 25% dal 01/01/2017 25,5% dal 01/01/2018 ALIQUOTA RIDOTTA: applicata ai servizi turistici (alberghi, bar, ristoranti e altri prodotti turistici), a determinati prodotti alimentari e particolari operazioni di recupero edilizio 10% aliquota vigente 12% dal 01/01/2016 13% dal 01/01/2017 Come ulteriore ciliegina sulla torta, nella citata “clausola di salvaguardia”, a decorrere dal 1° gennaio 2018, con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’aliquota dell’accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo, nonché l’aliquota dell’accisa sul gasolio usato come carburante sono aumentate in misura tale da determinare maggiori entrate nette non inferiori a 700 milioni di euro per l’anno 2018 e ciascuno degli anni successivi. Tradotto in soldoni nella legge di stabilità 2015 sono state inserite clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento dell’IVA e della benzina per 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e 22 miliardi nel 2017 per complessivi 54 miliardi di euro. Mentre dalla legge di stabilità approvata dal governo Letta nel 2013 per il 2014 abbiamo ereditato aumenti di imposte per 3,3 miliardi nel 2016, 6,3 miliardi nel 2017 e 6,5 miliardi nel 2018 in caso di mancati risparmi di spesa, per 16,1 miliardi di euro. Si aggiunga che il prossimo anno dovranno essere pagati altri 2,2 miliardi di euro così ripartiti: 500 milioni di euro per la rivalutazione delle pensioni 728 milioni di euro per la bocciatura europea del “reverse charge”, ossia l’inversione contabile del pagamento IVA pensato per la grande distribuzione 1 miliardo di euro per lo sblocco degli stipendi statali anche questo deciso con una sentenza della Consulta. Totale: oltre 72 miliardi di euro per i quali dovrà essere trovata apposita copertura ! In questo caso, sempre per concludere con una saggia massima latina: PACTA SUNT SERVANDA ! Dr. Giorgio De Rossi

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