Domenica, 21 Luglio 2024
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Veroli, una città da scoprire in un viaggio tra storia, cultura e arte

Veroli fu una delle più importanti città Erniche. Dell’antica città degli Ernici è ancora visibile, nel rione di San Leucio, parte della grandiosa cinta muraria in opera poligonale, riutilizzata dai Romani e rafforzata poi durante il Medioevo con l’aggiunta di torri e porte

Veroli fu una delle più importanti città Erniche ed è uno dei borghi della Ciociaria più ricchi di storia, cultura e arte. Dell’antica città degli Ernici è ancora visibile, nel rione di San Leucio, parte della grandiosa cinta muraria in opera poligonale, riutilizzata dai Romani e rafforzata poi durante il Medioevo con l’aggiunta di torri e porte. Della Verulae romana rimane traccia in un frammento di calendario del I secolo d.C.. Nell’VIII secolo d. C. divenne sede vescovile; rimasta fedele ai papi per tutto il medioevo, spesso fu anche il loro rifugio.

Ecco cosa visitare:

Basilica di Santa Maria Salome e Scala Santa

La chiesa dedicata a Santa Maria Salome, protettrice di Veroli sorge nel luogo dove, nel 1209, furono ritrovati i resti della Pia Donna del Vangelo. Secondo la relazione inviata a Innocenzo III da Girardo, abate di Casamari, il corpo fu trovato in un “locus arduus et aridusvaldedifficilis ad eundum, praecipitiis plenum et rupibus”, su indicazione di un certo Tommaso, custode della chiesa di San Pietro. Intorno al sepolcro fu costruito un oratorio, trasformato e ampliato nel tempo. La costruzione antica venne distrutta dal terremoto del 1350, ma fu ricostruita e consacrata nel 1492. Successivamente lavori di ristrutturazione della facciata e dell’interno della chiesa furono iniziati dal Vescovo De Zauils nei primi anni del 1700 e vennero portati a termine nel 1733 dal vescovo Tartagni, suo successore. L’interno è diviso in tre ampie navate e nell’abside centrale è posta una tela con l’immagine di Santa Salome del Cavaliere d’Arpino (Giuseppe Cesari, 1568-1640), mentre le figure dei Santi Apostoli Giovanni Evangelista e Giacomo il Maggiore sono quasi certamente opera del pittore locale Giuseppe Passeri. Sul fondo della navata sinistra si conservano affreschi che risalgono al XIII- XIV secolo; a destra del presbiterio è collocato un trittico maestoso “Madonna e Santi”, firmato da D.F. Hispanus nel 1561, ornato di una cornice di legno dorato e dipinto. Accanto al trittico c’è un grande quadro, attribuito a Francesco Solimena (1657-1747), che raffigurava i vari Ordini Francescani e la Vergine Maria che consegna il loro ‘cingolo’, simbolo di unione. Gli affreschi della cupola sono attribuiti a Giacinto Brandi (1623-1690), ed altri, situati sulle pareti ai lati dell’altare, secondo A. Scaccia Scarafoni, sono del pittore Frezzi, di Parma. Nella prima cappella della navata sinistra si conserva sull’altare un quadro dell’ Immacolata, opera del Sementi. Sulle pareti laterali, a destra e sinistra, vi sono due tele con scene della Passione, forse del Maratta (1625-1713), restaurate nel 1922 dal pittore tedesco Hasleker. Nella prima e nella seconda cappella lungo la navata destra vi sono rispettivamente un Crocifisso di F. Trevisani (1656-1746) e una Deposizione di A. Cavallucci di Sermoneta (1752-1759). Nella prima metà del 1700, nella seconda cappella, il Vescovo Tartagni fece costruire la Scala Santa, costituita da dodici gradini (l’undicesimo contiene un frammento della Santa Croce di Gerusalemme), dove si può ottenere l’indulgenza plenaria come da concessione di Papa Benedetto XIV. Nella terza cappella si può ammirare una statua lignea di Santa Salome, di scuola berniniana del XVII secolo. Nell'ultima cappella della navata destra si trova il monumento funerario che Laudazia De Minaldis nel 1655 volle dedicare alla figlia Francesca Antonia Leni, morta appena quindicenne. In alto, all'interno di un perfetto ovale, il busto della giovinetta dai lineamenti delicati e i due graziosi putti, che sorreggono un drappo con la dedica, rendono tutto il monumento raffinato e toccante; la mano dell'artista ha saputo interpretare il dolore profondo ma composto di una madre che voleva ricordare ai posteri la sua creatura. Nella Confessione, il mausoleo rivestito di marmi pregiati e fatto costruire dal Vescovo Tartagni nel 1742, sono attualmente custodite sotto l'altare e dentro un'urna dorata i resti mortali di Santa Maria Salome. Ai lati dell'altare, altre due urne conservano le reliquie dei Santi Biagio e Demetrio, compagni della Santa. L'oratorio situato al piano inferiore, prima costruzione realizzata sul sito, si può visitare scendendo per una scala che gira intorno alla torre circolare. Accanto ai gradini è ancora visibile un antico pozzo dal quale attingevano l'acqua i 'FratresCustodes', presenti nell'oratorio fin dal 1210. Sotto l'altare della cripta si scorge il punto esatto dove rimase custodito il corpo della Santa fino al 1209; di fronte è la piccola urna in pietra dove vennero riposte le sue ossa dopo il ritrovamento, qui rimasero fino al terremoto del 1350 che ne danneggiò il coperchio. Da allora le ossa furono portate e custodite nella cappella del Tesoro del Duomo, dove restarono per circa 400 anni, quando vennero traslate nuovamente e in forma solenne dal Vescovo Tartagni nella cappella della Confessione, in occasione delle celebrazioni del settimo centenario del ritrovamento delle sacre spoglie ( 1209-1909). Di fronte alla Basilica di Santa Maria Salome sorge il Seminario, che, dalla seconda metà del 1700, ospita la Biblioteca Giovardiana, una delle più antiche biblioteche pubbliche d'Italia.

basilica s. salome

Porta Romana

L’attuale monumentale Porta Romana, è stata disegnata da Giuseppe Subleyras nel 1780 e terminata due anni dopo. Il suo nome deriva dalla posizione in cui si trova, cioè verso Roma, anche se in passato veniva chiamata Porta Arenaria per la presenza di cave di arenaria nell’area circostante. I materiali che sono stati utilizzati per la sua costruzione furono il travertino e piccoli mattoncini di terracotta; sulla porta sono incise le lettere S.P.Q.V. (SenatusPopulusQueVerolanus) che ricordano lo stato di Municipium di Veroli in epoca romana.

porta romana veroli

Monastero di S. Erasmo

Monastero di Sant’Erasmo. Questo complesso benedettino del VI secolo è considerato uno dei gioielli della Ciociaria e offre la possibilità di far vivere la suggestione di alloggiare nelle celle dei monaci, del Refettorio (oggi sala ristorante) e degli ampi spazi esterni. Il monastero è stato infatti ristrutturato in “Albergo diffuso” con 25 posti letto tra camere singole, doppie e suite; ci sono due sale ristorante, un giardino, un cortile con forno a legna e una sala convegni. Un edificio storico che è diventato un luogo di ricettività moderno e location per cerimonie ed eventi, senza perdere il fascino del suo passato.

Basilica di S. Erasmo

La Basilica fu fondata su un preesistente oratorio costruito da San Benedetto e dai suoi discepoli, che si erano fermati a Veroli nel 529, durante il viaggio da Subiaco a Montecassino. La costruzione venne finanziata da un cittadino di Veroli, Valentiniano, che poi raggiunse San Benedetto a Montecassino, aderì alla vita monastica e per molti anni fu abate del monastero di San Pancrazio, presso il Laterano. Fu proprio Valentiniano una delle fonti da cui San Gregorio Magno attinse le notizie utili per scrivere la vita del Santo Patriarca. I benedettini restarono a Sant’Erasmo fino al XII sec., quando vennero sostituiti dai canonici regolari. Nel corso dei secoli, la chiesa è stata più volte rimaneggiata, ma ha conservato lo stile romanico al piano inferiore della facciata con portico a tre archi del 1104-1127, nel campanile (già antica torre romana) e nelle tre imponenti absidi, ben visibili dalla strada sottostante, uscendo da Porta Romana. La parte superiore della facciata fu modificata da un architetto di nome Martino con l’apertura di ampie finestre settecentesche. In facciata, alla base delle cornici degli archi medievali si possono osservare alcune figure di ‘mostri’, dalle cui bocche escono motivi e fregi ornamentali: tali figure risentono dell’influenza delle credenze e delle leggende medievali e del fantastico e misterioso mondo orientale. Le altre decorazioni della facciata, come pure la cornice centrale, furono eseguite, secondo il parere del prof. Arduino Scaccia Scarafoni, da maestranze benedettine, che lavorarono anche in altri centri e monumenti abruzzesi. La doppia scalinata che immette nel portico fu costruita nel 1700. All’interno, una grande tela posta in fondo alla navata sinistra, fu voluta da Mons. Vittorio Giovardi e dipinta nel 1747 da Sebastiano Conca ( o forse da T. Kuntze secondo lo studioso Marcello Stirpe); qui si ricorda l’incontro avvenuto nel 1170 nella basilica, alla presenza di sedici cardinali e dei rappresentanti delle Lega Lombarda, tre Papa Alessandro III ed Evardo, Vescovo di Bamberga, inviato dall’imperatore Federico Barbarossa, per cercare le condizioni di una possibile pace. Lungo la stessa navata è situato un quadro, “il Battesimo di Gesù” attribuito ad un anonimo allievo del Maratta. Nella Cappella del Sacramento è custodito un prezioso calice in argento dorato, della fine del XIV secolo, protagonista del Miracolo Eucaristico: il 26 marzo 1570, durante le celebrazioni pasquali , l’Ostia consacrata operò grandi prodigi. Adesso il calice viene utilizzato per la celebrazione della Santa Messa, una volta l’anno, il martedì dopo Pasqua. Vi sono conservati, inoltre, un “encolpio” bronzeo , una croce pettorale del secolo XI con le figure del Crocifisso, della Madonna e di vari Santi, e un martirologio pergamenaceo del secolo XII. Quest’ultimo, scritto in caratteri gotici italiani, è stato restaurato a cura del Vaticano, ed in seguito ne è stato trascritto, catalogato e pubblicato il primo volume con le pergamene relative agli anni 937-1199. Il volume è inserito nei ‘Regesta Chartarum Italiae’, curati dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo.

navata S. erasmo

Palazzo di Santa Croce o Palazzo Quiňones 

L’antico borgo di Santa Croce conserva intatto lo stile medioevale che si riflette nelle sue antiche case con elementi romanici e gotici, con archi e bifore, ma anche nelle numerose attività artigianali esercitate in passato con perizia e maestria nelle “botteghe”, lungo le strette e tortuose vie. Prima di salire verso Via Cavour, si nota il Palazzo di Santa Croce o Palazzo Quiňones dall’omonimo Cardinale che vi ha vissuto e che fu prefetto di Veroli nella prima metà del 1500. Una graziosa bifora gotica rende più elegante la facciata, sulla quale spicca una croce traforata, simbolo del titolo del Cardinale di Santa Croce, mentre nella parte posteriore, la corte, ancora ben conservata, dà un aspetto caratteristico a questo palazzetto austero ed elegante. Oggi uno degli ambienti dell'antico palazzo ospita una mostra permanente di oggetti, strumenti e prodotti tipici dell'artigianato verolano e della locale tradizione contadina.

Palazzo Quiňones

La Chiesa e Rocca di San Leucio

Il circuito in opera poligonale dell’antica Verulae – il cui toponimo è stato recentemente dal Durante ricondotto all’osco-umbro vero- “porta” – racchiude le due alture che caratterizzano l’abitato: San Leucio a N (m 672 s.l.m.) e, nell’area centrale, il Castello (m 600 ca). A SE del Monte di Castello si sviluppa una piccola zona pianeggiante occupata in antico dal Foro e ora dalla Cattedrale e dal Palazzo del Municipio alla quale fa sèguito la parte meridionale del centro ove si sviluppano i quartieri di San Paolo, di Santo Stefano e di Santa Croce. Le mura in opera poligonale sono osservabili in buono stato di conservazione dalla Rocca di San Leucio fino alla Porta Civerta. Costruite in gran parte appoggiandole direttamente sul vivo banco di roccia calcarea, si elevano in genere per un’altezza di 2-3 m, raggiungendo, però, in alcuni punti, anche i 6 m di sviluppo verricale. I massi presentano forma estremamente irregolare e dimensioni considerevoli toccando anche i 2,10 m di lunghezza e i 0,60 m di altezza mentre la profondità dei blocchi impiegati nell’edificazione dei filari raggiunge anche 1, 55 m. Le mura offrono alle loro spalle un riempimento di terra mista a scaglie di pietra locale che favorisce lo scolo delle acque meteoriche provenienti dai terreni soprastanti. In questo tratto si aprono anche alcune posterule, piccoli ingressi secondari legati soprattutto ad esigenze difensive, coperte da piattabande. Se ne conoscono in tutto cinque obliterate da riempimenti successivi. Un altro tratto della cerchia urbana, lungo intorno a 25 m, si nota a circa 600 m da Porta Civerta. Degna di rilievo è anche la costruzione, nel versante NE della collina meridionale, sopra le mura poligonali, di una struttura in opera cementizia con rivestimento in opera reticolata risalente all’inizio del I sec. a.C. (periodo della guerra sociale) rafforzata da una torre semicircolare posta a difesa di un accesso urbico ivi già esistente. Nel Medioevo sulla struttura romana venne impostata l’abside della chiesa di Santa Maria de’ Franconi annessa all’omonimo monastero benedettino e la sottostante cripta dedicata a Sant’Oronzo. Al pari di altre città antiche dell’attuale Provincia di Frosinone l’insediamento protetto da mura poligonali comprende, per evidenti motivi difensivi, non solo la parte occupata dall’abitato ma anche il rilievo ad esso soprastante. Si ripete a Veroli, quindi, quanto già attestato nella Media Valle del Liri ad Arpino, Atina e Sora e nelle non lontane Palestrina (con il Monte San Pietro) e Segni (con la dorsale del Pianillo). Come ricostruito dai coniugi Quilici, il perimetro murario di Veroli ha un percorso di circa 1,300 km ai quali vanno aggiunti i 1.000 m del versante occidentale nel quale l’abitate era, naturalmente, difeso da uno strapiombo quasi verticale. L’area racchiusa da queste possenti fortificazioni abbracciava, quindi, circa 12 ettari. Per quanto riguarda, infine, la datazione delle difese, i coniugi Quilici, ultimi studiosi ad essersi interessati alle mura della città dopo il Dodwell, il Fonte-a-Nive, il Gehrard e il Quattro-Ciocchi, sono propensi a datarle tra la fine del IV-inizio III sec. a.C. e cioè alla conclusione della guerra ernica che vide alcune città di questo settore meridionale dell’attuale Lazio (in primis Anagnia) impegnate, con tutte le loro forze, contro Roma. Questa fedeltà di Verulae all’Urbe fu premiata dai Romani con il permesso di mantenere le proprie leggi e di essere considerata città federata.

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