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Frosinone, il Brunelleschi primo assoluto al concorso “ I Care”

L'Istituto di Istruzione Superiore "Brunelleschi - Da Vinci" di Frosinone, si è aggiudicato il primo posto al Concorso Nazionale "I Care", patrocinato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, incentrato sulla figura di don...

Dirigente_Carfagna

L'Istituto di Istruzione Superiore "Brunelleschi - Da Vinci" di Frosinone, si è aggiudicato il primo posto al Concorso Nazionale "I Care", patrocinato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, incentrato sulla figura di don Lorenzo Milani.

Al concorso, gli alunni delle classi 4 e 5 L, 4 e 5 S del Corso Serale, hanno partecipato con un cortometraggio incentrato sul tema dell'abbandono scolastico, che ha coinvolto i ragazzi anche in lezioni tematiche di approfondimento e che ha permesso agli stessi di raccontare le loro esperienze di vita, che in molti casi avevano portato loro ad abbandonare la scuola, fino alla decisione volontaria di tornare a frequentarla.

Il progetto del concorso è stato curato dalle professoresse Antonella Vona e Sara Squeglia.

Il cortometraggio dal titolo "Non vogliamo perderne neanche uno" è stato, invece, sceneggiato da Antonio Nalli e curato dalla regia di Yuriy Stasiv.

La cerimonia di premiazione si è svolta lo scorso 1 giugno, nella gremitissima sala conferenze del C.O.N.I. di Formia, davanti a centinaia di studenti ed insegnanti, provenienti da ogni Regione d'Italia.

Per l'Istituto "Brunelleschi - Da Vinci" si tratta di un importante risultato che, come ha sottolineato il Dirigente Scolastico, professoressa Patrizia Carfagna, premia non solo la capacità dei propri studenti, ma il lavoro che l'Istituto da anni sta portando avanti con determinazione ed anche sacrificio, insieme a tutti suoi docenti ed il personale scolastico, con i Corsi Serali per Geometri e Ragionieri (Istruzione di Secondo Livello) per studenti lavoratori, che tengono questi ultimi impegnati giornalmente, dalle ore 17 alle 21.

Proprio i corsi serali, infatti, hanno permesso di far riavvicinare e recuperare al mondo della scuola, tanti giovani che avevano abbandonato gli studi, offrendo loro un contributo istruttivo e formativo di eccellenza, che non trascura alcun dettaglio anche per quanto concerne l'utilizzo di nuove strumentazioni e piattaforme, tale da portare un'altissima percentuale al conseguimento del Diploma di maturità con ottimi risultati ed un'adeguata preparazione.

Un percorso dunque coerente con la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, primo ad adottare il motto "I Care", letteralmente "Mi importa, ho a cuore". Questa frase scritta su un cartello all’ingresso della scuola di Barbiana, riassumeva le finalità di cura educativa di una scuola orientata a promuovere una forma di sollecitudine per l’altro attenta e rispettosa, sollecitando una presa di coscienza civile e sociale.

Prendersi cura del prossimo, presuppone la relazionalità: l’avere attenzione e interesse al mondo degli altri richiede l’abilità di non essere centrati su se stessi, significa rendersi conto di che cosa fa, sente e vuole l’altro, insieme a quella di autoregolare e organizzare i propri comportamenti, e riguarda i sentimenti, la partecipazione alle emozioni altrui.

Abbiamo deciso di partecipare a questo Concorso perché pensiamo di poter offrire un contributo decisivo sul tema dell'abbandono scolastico, in quanto le nostre esperienze sono diretta testimonianza di come la scuola possa cambiare la vita delle persone.

Nell'elaborazione del nostro progetto, di fondamentale importanza sono stati sia il testo "Lettera a una Professoressa" di Don Lorenzo Milani che "Diario di scuola" di Daniel Pennac, che abbiamo analizzato con la nostra insegnante di italiano.

Riflettendo sulle nostre esperienze, ci siamo posti le seguenti domande: perché abbiamo lasciato la scuola? Cosa ci ha spinto a riprendere gli studi?

A queste domande abbiamo provato a rispondere, reinterpretando nell'attualità i testi analizzati, tentando di individuare cosa potesse accumunarci con essi e cercando di comunicare un messaggio fondamentale per noi: l'importanza dello studio e della cultura nella vita di ognuno e nelle esperienze lavorative e professionali in generale.

Nel percorso scolastico serale spiccano una serie di divergenze rispetto al percorso “naturale”, diurno.

In qualità di studenti, stavolta, ci sentiamo accolti, non abbiamo il timore di dimostrare le nostre debolezze e quindi non le nascondiamo, come invece avveniva quando si frequentava la scuola al mattino, in età diversa, sicuramente meno matura dal punto di vista delle esperienze vissute. Questo accade perché, tra tanti fattori, è diverso il rapporto tra studente e insegnante. A tutto ciò si deve aggiungere la consapevolezza di quello che stiamo facendo: il valore che oggi riusciamo ad attribuire alla scuola stessa ci spinge a raggiungere gli obiettivi con grande determinazione ed orgoglio.

Attraverso immagini e testimonianze raccolte tra di noi, durante un "normale" giorno di scuola del corso serale, abbiamo pensato di raccontare, metaforicamente, come riprende "il volo", ovvero il percorso scolastico.

A questo, parallelamente, possiamo affiancare quello di vita, che, nel frattempo, ci ha messo davanti a nuove sfide da superare, ci ha mostrato obiettivi e traguardi da raggiungere e ha condotto tutti noi, ragazzi e ragazze, anche un po' al di sopra con l'età media dello studente delle scuole superiori di secondo grado, a prendere la decisione di colmare questo nostro vuoto formativo, riprendendo gli studi.

I motivi per cui gli alunni hanno lasciato, a suo tempo, la scuola, sono i più disparati. Ci si imbatte anche in storie di chi, pur non avendo lasciato gli studi, si sente insoddisfatto del percorso intrapreso, magari portato avanti più sulla base di scelte condizionate dalle amicizie, che personali.

Ciò che tornava, in ognuno dei nostri racconti, è stata anzitutto la consapevolezza di un necessario "riproviamoci", a dispetto di quell'incapacità che per lungo tempo aveva preso il sopravvento, impedendo a tutti noi di poter tornare a "volare", magari dopo la brutta esperienza di una caduta, di un tonfo a terra, simile a quello delle rondini che si imbattono, spesso drammaticamente, in un ostacolo.

Per questa metafora sul volo, particolarmente significativo è stato il contributo del romanzo "Diario di scuola" di Daniel Pennac, che, per certi aspetti, secondo la nostra interpretazione, rappresenta il seguito contemporaneo, a distanza di circa 40 anni, di "Lettera a una Professoressa".

In questo libro, lo scrittore francese affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni più ‟sfaticati”, dei ‟fannulloni", insomma di quelli che vanno male a scuola, dei “somari”, di quelli che, parafrasando Pennac, erano soliti scegliere sempre la “risposta assurda”.

Ci siamo riconosciuti e abbiamo apprezzato la capacità dell'autore, definitosi ex "somaro" lui stesso, di darci nobiltà e restituirci anche il peso d’angoscia e di dolore che appartiene ad ognuno di noi.

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Da questo rovistare nel ‟mal di scuola” di Pennac, abbiamo visto anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d’imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima i giovani di oggi come quelli di ieri.

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