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Roma, “La spada di Damocle” aleggia sul Pareggio di Bilancio per il 2018

Pierluigi Bersani, ospite della giornalista Lilli Gruber su La7, il 29 marzo u.s. ha dichiarato che: “L’aumento dell’Iva è già stato deciso dal Governo Renzi per il 2018. Renzi dovrebbe dire come facciamo a togliere l’aumento dell’Iva”.

Pierluigi Bersani, ospite della giornalista Lilli Gruber su La7, il 29 marzo u.s. ha dichiarato che: “L’aumento dell’Iva è già stato deciso dal Governo Renzi per il 2018. Renzi dovrebbe dire come facciamo a togliere l’aumento dell’Iva”. L’ex Segretario del Pd, fuoriuscito dal partito insieme ad altri per fondare una nuova formazione (Articolo 1 – Movimento Democratici Progressisti), risponde così alla dichiarazione dell’ex Capo del Governo il quale, ospite della trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa, ha qualificato come “un errore politico” l’aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto.

Per dovere di cronaca ricordiamo che l’I.V.A. salì dal 21% al 22%, mentre era vigente il Governo Letta, ad ottobre del 2013. Lo stesso Governo Letta, inoltre, lasciò in eredità al successore, con la Legge di Stabilità per il 2014 (Articolo 1, comma 430), una “clausola di salvaguardia” con cui si disponeva il raggiungimento di maggiori entrate per il triennio 2015/2017 (pari, rispettivamente, ad € 3 miliardi per l’anno 2015, ad € 7 miliardi per l’anno 2016 e ad € 10 miliardi per l’anno 2017) attraverso variazioni delle aliquote di imposta e riduzioni della misura delle agevolazioni e delle detrazioni vigenti. Le citate misure, tuttavia, non avrebbero trovato adozione qualora, entro la data del 1º gennaio 2015, fossero stati approvati provvedimenti normativi tali da assicurare il conseguimento delle maggiori entrate, ovvero dei risparmi di spesa, mediante interventi di razionalizzazione e di revisione della spesa pubblica.

Il Governo Renzi, con la Legge di Stabilità per il 2015, ha introdotto un’ulteriore “clausola di salvaguardia” (Articolo 1, comma 718), la quale prevedeva l’ incremento automatico delle aliquote I.V.A. e delle accise – sulla base di quanto disposto da Bruxelles per blindare gli impegni presi dall’Italia in caso di mancato raggiungimento dell’obbligo costituzionale del “Pareggio di Bilancio” entro il 2017 - nelle seguenti misure:

- a decorrere dall’ 1/1/2016, aumento di due punti dell’aliquota “agevolata” (riguardante solo una serie di prodotti e servizi, tra cui ristrutturazioni edilizie, vari beni alimentari, prodotti farmaceutici etc.), passando dal 10% al al 12%, fino a raggiungere la misura del 13% a partire dall’ 1/1/2017;

- a decorrere dall’ 1/1/ 2016, aumento di due punti dell’aliquota “ordinaria”, passando dal 22% al 24%; aumento di un punto dal 2017 e di un altro mezzo punto a partire dal 1/1/ 2018 collocandosi al 25,5%.

Detti incrementi potevano tuttavia essere evitati con interventi di revisione della spesa, qualora fossero stati reperiti 12,8 miliardi di euro nel 2016, 19,2 miliardi di euro nel 2017 e ben 22 miliardi di euro dal 2018. Per il 2016 e per il 2017 il medesimo Governo Renzi è riuscito a far quadrare i conti in modo che le clausole di salvaguardia non venissero attivate. Per il 2018, invece, la stessa legge di Bilancio 2017 - presentata dal Governo Renzi ed approvata definitivamente dal Parlamento il 7 dicembre 2016, pochi giorni prima delle dimissioni del Premier – prevede che le aliquote IVA "agevolate" salgano dal 10% al 13% e quelle "ordinarie" dal 22% al 25% (che nel 2019 diventerà pari al 25,9%), e che anche dalle accise sulla benzina vengano reperiti 350 milioni di euro, per coprire un fabbisogno di 19,571 miliardi di euro. Si tratta ovviamente di previsioni che il Governo Gentiloni può sovvertire, come già fatto negli anni passati, con la Legge di Bilancio 2018 che dovrà essere approvata entro la fine di quest’anno. In presenza di una costante quanto inarrestabile crescita della spesa pubblica e di una “spending review” ormai volatilizzata, si pone dunque il problema di dove reperire circa 20 miliardi di euro per impedire che diventi inevitabile l’aumento dell’Iva. Bersani ha dunque ragione quando attribuisce al Governo Renzi la paternità di questi aumenti fiscali, al momento previsti, ma su cui si può ancora intervenire.

In un nostro precedente articolo pubblicato il 31 agosto 2015 descrivemmo la c.d. “Curva di Laffer”, dalla tipica forma ad U rovesciata (detta anche a “cappello di carabiniere”), che mette in relazione le aliquote di imposta (sull’ asse delle ascisse) con l’ammontare delle entrate fiscali (sull’asse delle ordinate): dal suo andamento si evince che quando le imposte sono pari al 100 per cento o allo zero per cento, il gettito che ottiene lo Stato è lo stesso: ossia zero. Tra questi due livelli di imposizione fiscale esiste una “curva”, appunto, che sale raggiungendo un livello di tassazione ottimale e comincia a scendere mano a mano che pagare le tasse diviene sempre meno conveniente. Quello che la “Curva di Laffer” non dice, però, è quale sia il livello di tassazione ottimale, che dipende da molteplici variabili probabilmente impossibili da calcolare. Considerato però che ben tre milioni di partite IVA, costituite da artigiani, commercianti e lavoratori autonomi senza dipendenti, subiscono oggi una pressione fiscale pari ad oltre il 50%, e tenuto conto della pressione fiscale “reale” stimata agli stessi livelli, è possibile ipotizzare che un ulteriore aggravio della tassazione condurrebbe, proprio sulla base della predetta “Curva di Laffer”, verso una presumibile riduzione delle entrate, per effetto anche di un forte aumento dell’evasione.

Per concludere, il Governo Renzi, con la legge di stabilità per il 2015, “sterilizzò” la clausola di salvaguardia ereditata per quell’anno ma, come sopra indicato, ne introdusse una nuova, neutralizzandola nuovamente per gli anni 2016 e 2017. Poiché come dice il proverbio “tutti i nodi vengono al pettine” non vorremmo che per il 2018, a seguito dell’imposizione obbligatoria in Costituzione del Pareggio di Bilancio e nel timore del pericolo quasi inevitabile derivante da una sua difficile realizzazione, i fautori del “Fiscal Compact” prendessero le distanze proprio da quella stessa misura costituzionale che ora pende sulla testa dell’esecutivo come una pesante “Spada di Damocle”.

Giorgio De Rossi

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