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Roma, SOS Piccole Imprese: un patrimonio italiano da salvare e sostenere

di Giorgio De Rossi Fin dai tempi dell’antichità le piccole imprese hanno storicamente rappresentato la spina dorsale dell’ Impero Romano.  Marco Porcio Catone detto “Il Censore” soleva pubblicamente affermare: “Laudato Ingentia Rura, Exiguum...

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di Giorgio De Rossi

Fin dai tempi dell’antichità le piccole imprese hanno storicamente rappresentato la spina dorsale dell’ Impero Romano. Marco Porcio Catone detto “Il Censore” soleva pubblicamente affermare: “Laudato Ingentia Rura, Exiguum Colito” (Loda i campi grandi, ma coltivane uno piccolo). Infatti, il costituirsi di immensi latifondi di proprietà pressoché esclusiva della classe aristocratica, aveva fortemente contribuito ad indebolire i piccoli agricoltori i quali, non trovando più lavoro nelle campagne, affluivano numerosi a Roma, accrescendo il numero dei disoccupati e dei poveri. L’oratore, infatti, già nella Roma del secondo secolo A.C, nel tentativo di arginare lo spopolamento dei campi e la crescente urbanizzazione della città, intuì che specializzarsi in colture agricole di modeste dimensioni risultasse premiante rispetto alle coltivazioni di grandi estensioni terriere e avrebbe consentito alla piccola proprietà contadina di mantenere una produzione stabile di derrate alimentari, confermando così il ruolo di pilastro dell’economia imperiale. I piccoli proprietari terrieri, pertanto, venivano a costituire il telaio della filiera alimentare cerealicola indispensabile per garantire e sostenere il ruolo egemonico dell’antica Roma. Tornando ai giorni nostri, è a partire dalla ricostruzione del secondo dopoguerra che le Piccole e Medie Imprese hanno fortemente contribuito a formare l’ossatura della struttura produttiva del nostro Paese. Dal Rapporto sulle PMI per il 2014, stilato dalla Commissione Europea, è emerso come le PMI italiane, con il 99,9%, costituiscano oggi la quasi totalità delle Aziende italiane, dal momento che le grandi imprese sono appena lo 0,1% del totale. Inoltre, dalla recente analisi stilata dal Centro Studi della Confindustria, emergono dati economici alquanto preoccupanti: infatti la produttività in Italia, nell’arco temporale di 15 anni, tra il 2000 ed il 2015, è calata dello 0,5%; parallelamente, nello stesso periodo, sono calati gli investimenti, i consumi ed anche il processo industriale ha subìto una pesante frenata. Come se non bastasse, le stime di crescita del PIL per il corrente anno 2016 si attesterebbero su di un debole + 0,7%, percentuale peraltro inferiore al + 0,8% dichiarato dall’Esecutivo nel giugno scorso.

Ma mentre l’attenzione è oggi polarizzata ad analizzare i risultati di un quadro macroeconomico decisamente pesante, scarso rilievo è stato posto ai dati contenuti nel Rapporto Istat 2016 “Noi Italia”. In tale documento si rileva come l’andamento generale della struttura produttiva Italiana, caratterizzato dal perdurare della crisi economica, sia contraddistinto dal drastico calo del numero di imprese. Il registro delle imprese italiane, infatti, segna una netta diminuzione rispetto ai livelli pre-crisi, quando per ogni 1.000 abitanti vi erano in media oltre 66 imprese. Nel 2013 le imprese erano poco più di 62, con un pesante -1,6 rispetto all’anno precedente. Le imprese italiane, prosegue l’Istituto Nazionale di Statistica, chiudono ad un ritmo sempre crescente registrando un tasso di mortalità pari all’8,5%: troppe aziende non ce la fanno a ripartire e a resistere nei rispettivi mercati di competenza. Per le imprese italiane è una condizione di instabilità che dura ormai da oltre un lustro e che investe tutte le Regioni, ma che si presenta con particolare gravità nel Mezzogiorno, dove il tasso di mortalità e natalità delle imprese è di gran lunga superiore al Nord-Est. Tuttavia il dato quantitativo Istat, circa il numero delle imprese, non appare esaustivo per comprendere lo stato di salute di un’economia, atteso che contino molto anche le dimensioni e la competitività delle imprese, settori questi in cui le difficoltà del sistema Italia emergono tutte. La caratteristica maggiore del sistema produttivo italiano è proprio la sua alta frammentazione in tante piccole e micro imprese, in molti casi individuali. Le imprese italiane hanno una dimensione media di circa 4 addetti, molto più bassa della media dei 28 Stati dell’Unione Europea, pari a circa 6 addetti, e di gran lunga inferiore a quella del Regno Unito (10,2) e della Germania (12,1). In altri termini, mentre negli altri Paesi europei le imprese sono mediamente più grandi, in Italia, da sempre patria delle piccole imprese, il tessuto produttivo è polverizzato e affidato a tante micro imprese. Il settore della micro impresa, quella per intenderci con meno di dieci dipendenti, conserva perciò un ruolo non trascurabile nell'intero sistema produttivo. La realtà è che per resistere alla crisi e far fronte alle difficoltà del mondo del lavoro, molti italiani si inventano imprenditori, spesso semplicemente di loro stessi. Il rapporto Istat conferma il forte aumento della vocazione imprenditoriale dei singoli: l'indicatore utilizzato per misurare questa realtà, vale a dire la quota di lavoro indipendente presente nelle imprese, supera il 30%. Ne consegue che in Europa abbiamo il sistema economico con il più alto tasso di imprenditorialità (30,2%), secondo soltanto a quello della Grecia, a fronte di una media europea di lavoratori indipendenti di 13,7% sul totale dei lavoratori e di Paesi come il Regno Unito che ne hanno poco più di quattro. Ma il grosso deficit che sconta un sistema produttivo particellizzato come quello italiano è la sua competitività. Nonostante la crisi sia generalizzata, l’Italia non riesce a tenere il passo con gli altri Paesi e le nostre imprese continuano ad essere in forte sofferenza, con una perdita di competitività di circa il 7% rispetto al 2001. Nella graduatoria della competitività di costo delle economie nazionali europee l’Italia occupa la terzultima posizione.

Pur nello sconfortante panorama produttivo italiano, i recenti ed innovativi modelli aziendali, incentrati sulle “Reti di Imprese”, costituiscono oggi un valido strumento di riorganizzazione delle piccole realtà aziendali, strette ormai nella morsa di una lunga crisi, come i dati statistici amaramente ci confermano. Le Reti di Imprese rappresentano un nuovo organismo nel panorama giuridico nazionale con una struttura agile e snella, del tutto diversa dai modelli organizzativi vigenti delle Cooperative, dei Consorzi e delle A.T.I., essendo fondato sul “Contratto di Rete”, ai sensi dell’Art. 42 della Legge n. 122 del 30 luglio 2010. La sempre maggiore diffusione di una “Cultura della Rete” presso le piccole e medie imprese italiane ha generato numerosi vantaggi e fra questi, i più immediati, sono rappresentati dalla sperimentazione condivisa del nuovo e dall’aumento dei rendimenti, poiché una coalizione di soggetti che abbiano tutti lo stesso obiettivo, rafforza la capacità di intervento nella ricerca e sul mercato. L’aggregazione in Rete, inoltre, contribuisce ad alimentare un altro importante aspetto: l’investimento in nuove conoscenze. L’unione stessa, sviluppando un maggiore potenziale di offerta, permette di accumulare proficuamente energie nella cultura economica e sociale, moltiplicando il valore aggiunto dei singoli soggetti componenti. Questi principi, fondati sull’innovazione e sulla competitività, sono largamente condivisi dalle imprese in quanto considerati fattori strategici di crescita. Il Modello Rete è quindi lo strumento che consente, specialmente alle aziende di modeste dimensioni, che come appena visto rappresentano la quasi totalità del nostro sistema produttivo, di riuscire a vedere oltre la difficile congiuntura economica e di mettersi in gioco in un’avventura che sarà tanto meno rischiosa quanto più avrà un fondamento solido e ben strutturato.

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