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Omicidio Willy, lo sfogo del gestore di un locale di Colleferro: “non siamo il cancro di questa città”

A distanza di oltre 15 giorni dalla tragica notte dell’uccisione del giovane palianese è tempo, ancora una volta, di riflettere sulle cause che hanno scatenato una tal violenza

“È tardi, tanto tardi... una di quelle notti uguali alle ultime in cui non riesco a prendere sonno, le sigarette si susseguono e i pensieri fanno più rumore di un martello pneumatico”. Questo l’incipit di un messaggio apparso su facebook a firma di uno dei gestori del “Due di Picche” uno dei locali della movida colleferrina diventato tristemente “famoso” nei giorni dell’omicidio di Willy Monteiro, il 21 enne di Paliano ucciso a calci e pugni da ragazzi (i fratelli Bianchi, Belleggia e Pincarelli) poco più grandi di lui che ora si trovano in carcere in attesa di giudizio.

Chi era Willy...

Uno sfogo che tra le righe pian piano prende forma: “Chi mi conosce sa che non ho mai usato i social come strumento per polemizzare tante piccole ingiustizie o accaduti nella mia carriera professionale, ho sempre preferito il silenzio e il duro lavoro al mormorio delle chiacchiere di paese. Ho ascoltato e letto di tutto...e a distanza di 15 giorni, a riflettori spenti, a sipario calato su una tragedia di dimensioni enormi e ingiustificabile, ho deciso di dire ciò che penso. Ora che le tv sono andate via, che i giornalisti sono impegnati in un altro caso di cronaca e che la maggior parte di coloro che hanno sputato odio e sentenze contro tutto e tutti, hanno già dimenticato  purtroppo quanto successo.

La strumentalizzazione di un episodio disgustoso

Ho Visto strumentalizzare un episodio disgustoso e atroce, oltre ogni fantasia, da politici in giacca e cravatta ,mentre si riempivano la bocca di parole come giustizia e legalità, per una manciata di voti, ho visto uomini di chiesa denunciare con becere dichiarazioni cose che non sono mai esistite nella Colleferro di ieri ne tanto meno nella Colleferro di oggi, quando per primi non hanno mai confessato a nessuno il loro scellerato stile di vita, ho visto gente piena di odio e rancore, cercare 5 minuti di notorietá su un social o su un emittente televisiva, ho visto gente non sapere e comunque parlare a sproposito di tutto e di niente, per il solo gusto di dire qualcosa su questa situazione, ho visto forze dell’ordine scaricare la colpa su tutto e tutti, tranne che su mancate contromisure su una situazione già attenzionata da anni, da gestori di locali, vittime di episodi di terrorismo psicologico susseguito nel tempo, ho visto incolpare la “Movida” la stessa Movida identica in tutte le parti d’Italia e del mondo, ho visto calunniare e screditare un paese come colleferro agli occhi di tutti gli italiani, senza avere un reale motivo.

Ho visto persone prendere parola di fronte ad una telecamera, quando per coscienza e senso civico avrebbero dovuto solo rinchiudersi dentro casa. Ho visto gentaglia riempirsi la bocca con il nome dei locali della movida, screditandolo e affibbiandogli colpe inesistenti. Ho visto strumentalizzare e criticare serate con personaggi “famosi”, come avviene in tutte le parti d’Italia, quando il solo obbiettivo di certe “ospitate” era di dare modo a chi voleva, di partecipare ad una serata diversa, senza mancare mai di rispetto a nessuno. Ho visto malelingue dare sfogo alle più disparate invidie, e buttare merda su sacrifici di una vita fatti con onestà e sudore, ho visto miei colleghi di 50 anni con le lacrime agli occhi essere preoccupati di non poter arrivare a fine mese con una famiglia sulle spalle, ho visto disagio, tanto disagio...e dire cattiverie gratuite pur di poter dire qualcosa.

Nonostante in alcune circostanze lo stare in silenzio fosse la scelta più sensata. Ho visto dare la colpa a tutti e a nessuno, quando la verità è che nonostante qualcuno  abbia perso l’ennesima occasione per stare zitto, un ragazzo di 21 anni, che frequentava in maniera educata e composta la “Movida” colleferrina, non c’è più, ucciso brutalmente da 4 “bestie” senza cuore e senza anima, per il puro gusto di “pisciare”su un nuovo territorio. Per affermare la loro cultura fatta da soldi sporchi, muscoli e violenze per ottenere qualcosa. E qualcuno ha anche il coraggio di difenderli o dargli un degno processo?

I locali visti come un cancro

Dall’altra parte ho visto il dolore e la compostezza di una madre a cui è stato tolto il  dono più prezioso,perdonare e provare ad andare avanti con un immenso vuoto. Ho visto giovani farsi coraggio per denunciare tutto l’accaduto in lacrime, ho visto istituzioni politiche con le lacrime agli occhi firmare un ordinanza che rischia di mettere in ginocchio centinaia di persone. Come se la soluzione fosse chiudere i locali per non far crescere questo “cancro” ma consapevoli che il cancro crescerà da un altra parte. Che democrazia è questa caro prefetto o chicchessia?

Ho toccato con mano il sapore del disprezzo e del terrorismo mediatico che i giornalisti senza scrupoli si divertono a fare. In tutto questo, nessuno ha minimamente pensato che il problema è una legge fatta ad hoc per tutelare criminali di questo tipo, sicuri di ricevere pene bassissime e forti di ció, fanno quello che gli passa per la testa, dove vogliono, fino a sfociare in episodi di inaudita violenza come quello della tragica notte del 6 settembre.

I “locali” la “Movida” , il “duedipicche” non c’entrano nulla. I fatti non sono accaduti ne dentro né fuori il duedipicche, locale nominato a più riprese come luogo della perdizione, ma invito chiunque parli a sproposito, a frequentare per poi avere davvero chiaro quello che è, ma tutto è iniziato sulle scalette che portano sulla strada principale, distante dal duedipicche, per poi finire in un giardino buio proprio dietro la caserma dei carabinieri, zona che nulla ha a che fare con la così tanto nominata Movida colleferrina. Movida portata avanti da persone normali, che lavorano come tutti, e cercano solo di far star bene i propri clienti, e far passare loro una serata all’insegna del divertimento, socializzazione e convivialità. Gestori con sani principi e con famiglie alle spalle da mantenere. Oltretutto alle 3.30 quando i locali erano già chiusi da oltre un ora e mezza, e tutti i ragazzi che vi lavorano erano intenti nelle pulizie di routine.

Adesso credo che possa bastare con le chiacchiere da bar, perché un episodio del genere merita GIUSTIZIA ma anche tanto tanto rispetto, sintomo di una società sana, e che sa tenere la bocca chiusa quando non serve dire necessariamente qualcosa. Riposa in pace piccolo Willy. Che la terra ti sia lieve”.

Marco Bianchi in aula a Velletri per aver picchiato uno straniero

Giovedì prossimo, intanto, Marco Bianchi dovrà presentarsi in aula a Velletri per rispondere dell'accusa di lesioni gravi ai danni di un bengalese, pestato in concorso con alcuni amici circa due anni fa. In quella occasione non c'erano né il fratello Gabriele né Francesco Pincarelli e neppure Mario Belleggia a dargli manforte. Marco avrebbe picchiato lo straniero, un uomo originario del Bangladesh, coadiuvato da due amici dell'epoca.

Il pestaggio risale, infatti, al 1° maggio del 2018. E, anche in quel caso, il branco avrebbe picchiato forte, tanto che alla vittima sarebbe stata refertata una prognosi superiore ai 20 giorni per le ferite riportate. Stando alle prime ricostruzioni, pare che le percosse siano state inflitte in modo del tutto gratuito. Per questo episodio specifico Marco dovrà presentarsi in tribunale a Velletri il prossimo 24 settembre e rispondere dell'accusa di lesioni aggravate dai futili motivi. Ma è molto probabile che non si presenterà al processo dal momento che, in circostanze come questa, è possibile procedere d'ufficio. Al momento, è in rinchiuso nel carcere di Rebibbia per l'omicidio di Willy.

Le parole del giudice

Valerio De Gioia, giudice del Tribunale di Roma, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus.

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I fratelli bianchi, accusati dell’omicidio di Willy Monteiro, avrebbero una serie di fascicoli aperti per spaccio, percosse e rissa. “La misura cautelare non viene applicata per qualsiasi tipologia di reato – ha spiegato De Gioia -. Per i reati meno importanti il giudice non può dare misure cautelari. Se dovesse essere vero che ci sono dei procedimenti per rissa e anche spaccio, non sono ipotesi che possono portare a misure cautelari, anche perché il giudice deve accertare l’esistenza di esigenze cautelari. Questo spiega il motivo per cui non ci sono state misure cautelari. Forse c’era una strada che poteva essere eseguita: le cosiddette misure di prevenzione, che sono misure meno importanti e non sono legate necessariamente alla commissione di reato. Sono dette misure di polizia, per le quali tu sei in qualche modo sorvegliato. Per alcune ipotesi di reato, per esempio di violenza domestica, c’è una sorta di ammonizione che viene data per cui se vieni poi segnalato per lo stesso reato ci sono dei provvedimenti più severi. Bisognerebbe aumentare le fattispecie per le misure di prevenzione e anche aggiornarle, ad esempio impedire di accedere ai social”.

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