Omicidio Mollicone, la famiglia Mottola rompe il silenzio: "Innocenti, possiamo dimostrarlo"

In una conferenza stampa tenuta dall'avvocato Luigi Germani, alla presenza dell'ex comandante indagato (foto), sono stati chiariti punti cardine della vicenda. Spuntano i nomi di due persone.

Ci sarebbero due persone che non sarebbero mai stato sottoposte al rilevamento delle impronte digitali e di altri test anche genetici, nella lunga inchiesta per la morte di Serena Mollicone. Due persone, che a detta dell'avvocato Luigi Germani, legale dei tre componenti della famiglia Mottola accusati di omicidio volontario ed occultamento di cadavere (l'ex maresciallo dei carabinieri Franco, la moglie Anna e il figlio Marco, tutti e tre indagati per la morte della studentessa di Arce avvenuto nel 2001), non sarebbero mai state attenzionate dalla Procura. Quei due nominativi sono stati ora segnalati alla magistratura. Nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta in mattinata a Cassino, a cui era presente anche l'ex comandante Mottola, seduto in prima fila ma che non ha profferito parola, lo stesso legale ha inoltre spiegato che 'la lesione sulla porta della caserma non può essere compatibile con la testa della povera Serena che era molto più bassa. Per questo siamo convinti che la ragazza non possa essere stata aggredita in caserma". Dettagli ed ipotesi investigative contenute nella memoria difensiva che mercoledì 13 novembre, giorno dell'udienza preliminare, sarà consegnata al Gip. 

Le parole di Tuzi

"Nella memoria difensiva abbiamo inoltre confutato le dichiarazioni rilasciate dal brigadiere Santino Tuzi (suicida ndr) alla Procura. Lo stesso Tuzi era sottoposto ad una pressione psicologica di un certo spessore". In pratica il povero brigadiere, secondo la difesa dei Mottola, potrebbe aver chiamato in causa il comandante perchè "pressato". Ricordiamo che il sottufficiale in un drammatico interrogatorio avvenuto nel marzo del 2008 in Procura, a distanza di sette anni dall'omicidio, avrebbe riferito di aver visto entrare Serena Mollicone nella caserma di Arce il primo giugno del 2001 e di non averla vista più uscire. Tuzi, inoltre, riferì di aver ricevuto una chiamata dall'interfono che lo autorizzava a far salire la ragazza ai piani superiori. Non disse però chi lo aveva chiamato e dove fosse diretta. 

Le prove inquinate

In ultimo l'avvocato Germani ha parlato dell'inquinamento della scena del crimine e delle prove raccolte dagli investigatori nel corso del tempo. "Sul nastro isolante che avvolgeva i polsi e il sacchetto di plastica che copriva la testa della povera ragazza (lasciata morire soffocata dopo sei ore di agonia ndr) è stata trovata l'impronta di un tenente colonnello che ha effettuato i rilievi. Questo attesa che le prove sono inquinate e quindi non utilizzabili". 

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