L'infanzia di un capo, il film con Robert Pattinson in sala dal 29 giugno. Recensione

Il piccolo Prescott passa la sua infanzia in una casa nella campagna francese nei pressi di Parigi. La sua educazione e crescita è gestita da tre donne con caratteri molto diversi: la madre che di giorno in giorno diventa più chiusa e ortodossa...

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Il piccolo Prescott passa la sua infanzia in una casa nella campagna francese nei pressi di Parigi. La sua educazione e crescita è gestita da tre donne con caratteri molto diversi: la madre che di giorno in giorno diventa più chiusa e ortodossa rispetto alla fede cristiana, la tata anziana e materna che asseconda i suoi comportamenti eccentrici, l'insegnante di francese fragile ma anche desiderosa di sostituirsi alla figura della madre. Il padre, diplomatico americano al servizio del presidente Wilson, è assente e troppo impegnato per cercare di capire i suoi scatti d'ira che avranno conseguenze sempre più complicate.

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia 2015, dove vinse il Premio Orizzonti e quello come miglio Opera Prima, esce finalmente in sala questo film epico e cupo di Brady Corbet.

Con un cast di rilievo: Robert Pattinson, Bérènice Bejo, Liam Cunningham, ci mostra la guerra senza mai far vedere una battaglia, ma soprattutto mostra le conseguenze che la guerra ha sulle persone, sui rapporti, sulla vita.

Il personaggio di Bérénice Bejo, proveniente da una famiglia tedesca che le ha permesso di studiare, viaggiare, approfondire le proprie conoscenze e quindi, si suppone, aprirsi al mondo, sprofonda con il passare dei giorni in una chiusura religiosa sempre più blindata, ne sono testimonianza i suoi abiti che presto diventano del colore di chi porta il lutto che si contrappone alla vitalità promessa dall'educatrice di Prescott o la tolleranza e affetto della tata. Costretta dalla società ad accettare di amare il padre di Prescott, e poi di avere Prescott, sfoga sul figlio la sua frustrazione.

Il percorso autolesionista della donna, dovuto apparentemente alla solitudine, ma poi si capirà che c'è ben altro, si riflette sulla casa, mai curata, e sul figlio che viene punito, costretto e castigato, mai compreso.

La decadenza della famiglia viene metaforicamente apparentata a quella dell'Europa, destinata nel giro di qualche decennio a passare da una guerra all'altra, ancora più devastante.

Il regista usa luci verdi e blu per contrastare le sue inquadrature, sceglie soprattutto immagini cupe e claustrofobiche, distrae lo spettatore con movimenti di macchina esagerati, e gira il tutto in pellicola 35mm. Una prova esattamente corrispondente al carattere del protagonista del suo film. Il risultato porta a una buona regia, ma Corbet dovrà abbandonare il protagonismo dimostrato in questo film per essere più apprezzabile.

Il film è in sala dal 29 giugno.

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Alice Vivona

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